Il guscio delle cose secondo Daniele Cavicchia

Natura e trascendenza nella nuova raccolta di versi del poeta abruzzese domani alla Feltrinelli di Pescara
Nell’ultimo libro di Daniele Cavicchia, il poemetto “Il guscio delle cose” (Passigli, 10 euro, 55 pagine), che verrà presentato alla Feltrinelli di Pescara, domani alle 18.30, vi è una continua altalena tra i limiti dell’uomo e il suo superamento in un mondo trascendente.
Come tutte le sue opere, anche quest’ultima fatica di Cavicchia, tra i migliori poeti abruzzesi, è impostata sul dialogo con l’oltre, sul confronto e sul continuo superamento del qui ed ora. O meglio, nelle vicissitudini spirituali ed esistenziali alle quali Cavicchia ci introduce, il tempo smette di essere lineare e si fa complesso, carico di dimensioni e direzioni articolate, plurime. Questa confusione tra tracce e direzioni, questa sensazione dell’assenza di confini certi e di limiti, viene in un certo senso fotografata dal continuo insistere sui ricordi, immagini non tanto del passato, quanto di possibilità mai avverate, di strade mai intraprese. Sono ricordi che sanno di futuro, come li denota lo stesso poeta, ricordi che non aprono al passato, alla vita che è stata, ma alla vita che verrà o potrebbe avverarsi. Così davvero la sensazione è che Cavicchia sia riuscito a cogliere quel limbo in cui le cose si rivelano assolute, quella spiritualità pura tanto invocata e cercata dall’ermetismo italiano, da un poeta come Luzi ad esempio. E su tutto resta il mistero “dell’incontrare le cose mentre accadono” come sostiene l’autore, il quale torna puntualmente a chiedersi come possa coniugarsi il presente e farsi in uno scorrere continuo. Cavicchia non lo sa evidentemente, come tutti noi, solo che lui con i suoi versi ha spezzato l’incantesimo, ha rotto con l’attimo fuggente, e si è imbucato in una sorta di circolarità, un cerchio, un tempo sferico, dove le persone e le cose ritornano, e dove i ricordi possono farsi futuro.
Si diventa alberi, sembra dire Cavicchia, e l’albero è davvero il simbolo fondamentale di questa raccolta, l’albero non solo come essere individuale, ma come mondo vivente che può contenere vite del passato, albero come natura in cui le anime potrebbero reinnestarsi, ma albero anche come espansione, ramificazione, percorso plurimo della vita, simbolo e icona del tempo circolare e ramificato, simbolo delle vite che non concludono mai, ma ritornano, si intrecciano, si intersecano, rivivono. Forse, come tutti i poeti, Cavicchia sta cercando “le parole definitive”, la parola ultima, quella che può dire l’ “incredibile”, quella che potrà finalmente fermare il tempo. Ma, come tutti sanno, le parole non sono mai ultime, possono essere definitive, come dice in quel mirabile verso Cavicchia, possono cioè contenere frammenti di verità, ma la contengono nella forma della poesia, che non è traducibile in un discorso razionale. Nel discorso razionale e concreto le persone muoiono e le cose finiscono. Nella poesia no, certo, ma la poesia è solo illusione. Forse.
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