“Il linguaggio dei segni” Uno sbalorditivo Joan Miró

18 Novembre 2019

Ottanta capolavori (dal 1927 al 1981) tra quadri, disegni, sculture, collage e arazzi  del maestro catalano esposti fino al 22 febbraio al Pan – Palazzo delle Arti Napoli  

«Un quadro», diceva Miró, «non si finisce mai, non si comincia nemmeno, un quadro è come il vento: qualcosa che cammina sempre senza posa». L’artista catalano auspicava che le sue opere potessero essere un seme pronto a germogliare tra le mani delle future generazioni.
A queste e anche a quelle più in erba, tramite un percorso guidato a misura di bambino (progetto MiróPANkids ), parla la mostra “Joan Miró. Il linguaggio dei segni”, straordinaria collezione di capolavori appartenuti a uno dei più autorevoli e raffinati mercanti d’arte moderna, Pierre Matisse – figlio del grande pittore Henri – e rimasti sconosciuti ai più per molti anni. Presentata per la prima volta a Porto tra ottobre 2016 e giugno 2017, la mostra è esposta al Pan – Palazzo delle Arti Napoli fino al 23 febbraio 2020, organizzata dalla Fondazione Serralves di Porto con Cor – Creare Organizzare Realizzare e promossa dall’Assessorato alla cultura e al turismo del Comune di Napoli.
La mostra copre il lungo arco della produzione artistica di Miró, dal 1927 al 1981, riunendo ben ottanta opere tra quadri, disegni, sculture, collage e arazzi, tutte provenienti dalla collezione di proprietà dello Stato portoghese in deposito alla Fondazione Serralves di Porto. Le ottanta opere oggetto dell’esposizione sono sbalorditive così come la storia che le ha condotte fino a Porto, raccontano i curatori, Robert Lubar Messeri, professore di storia dell’arte all’Institute of Fine Arts della New York University, sotto la guida di Francesca Villanti, direttore scientifico Cor. Sulle tracce di Mirò da anni, Messeri ha individuato nove sezioni per spiegare i punti nodali dell’artista spagnolo.
Un percorso difficile e affascinante come messo bene in evidenza dallo storico dell’arte Maria Paola Lupo nell’incontro introduttivo alla mostra curato nei giorni scorsi dall’associazione Trifoglio di Chieti. L’esposizione si apre con la Ballerina del 1924 : nella prima sezione – Il Linguaggio dei Segni – si evidenzia come Miró sfrutti le molteplici funzioni della linea come contorno, come scrittura e, nel caso dell'orizzonte, come indicatore dello spazio, consentendo scambi produttivi di significato.
Dall'inizio degli anni Venti la figura – sezione La Figura nella Rappresentazione – diventa il soggetto prediletto delle indagini di Miró. Se i cubisti hanno messo la figura sotto pressione nell’ambito dell’illusionismo occidentale, Miró ha minato la logica stessa di quel codice visivo. Sceglie proprio un soggetto famoso come La Fornarina di Raffaello per mettere in scena il suo attacco all’illusionismo occidentale. Nella sezione La Figura nello Sfondo l’artista dà vita a un universo di uccelli volteggianti, corpi astrali (la “sua” stella a otto punte), figure gesticolanti e creature fantastiche che sembrano muoversi senza sforzo sulla superficie della tela.
A volte la figura è “trovata” nel processo stesso della creazione, come evocata dai segni e dalle macchie presenti sulla tela grezza. Si prosegue con le sezioni Collage e l’Oggetto, Dipinti selvaggi (i materici Dipinti su Masonite, espressione di rabbia verso un mondo impazzito, travolto dalla follia dell’odio che porterà inevitabilmente alla guerra), Elasticità del segno, Calligrafia e Astrazione gestuale (Mirò è attratto dalla calligrafia giapponese e dal successo dell’Action Painting in America e in Europa), Materialità del Segno.
Durante la primavera del 1973, Miró, collaborando con il tessitore Josep Royo, realizza una nuova serie di opere a metà strada tra pittura e scultura definite dal critico Alexandre Cirici Pellicer “Sobreteixim”. Nelle fitte trame di juta, lana, cotone, canapa e una miriade di altri materiali che Royo prepara, Miró incorpora oggetti comuni. Miró esegue, sempre con Royo, nel dicembre 1973, cinque Tele bruciate (l’ultima sezione parla della Morte del Segno). Dopo aver tagliato le superfici con un coltello, l’artista applica masse di pigmento su varie aree della tela, usando una torcia per stendere la vernice. Miró e Royo bruciano con cura le varie sezioni del supporto, rendendo visibile la struttura del telaio carbonizzata. Poi aggiunge altra vernice e il processo ricomincia. L’esposizione offre al pubblico l’opportunità di ripercorrere tappa per tappa il cammino artistico dell’artista spagnolo esplorandone momenti nodali, mutamenti ed elementi di continuità. “Joan Miró. Il linguaggio dei segni” è visitabile tutti i giorni dalle 9,30 alle 19,30.
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