Il momento più dolce un semitono prima del fiasco

19 Agosto 2018

La baciò sulla guancia. L’alito gli sapeva di caramelle Golia e di sigaretta Lilly rimase ipnotizzata. Le succedeva sempre. «Adesso Cecilia ci suona qualcosa»

Lilly Basilico ondeggiava tra il tavolo della cucina e il comò dell’ingresso riempiendosi le mani di tarallucci. Lo zucchero a velo tra le dita e una liana di marmellata che le pendeva dalla bocca.
Aveva undici anni. Le trecce chiare. E la voce acuta di un flauto spostato tutto di un’ottava sopra. Per i botti di San Antonio, quella sera, la mamma e la nonna si erano date da fare. Ogni angolo di casa straripava di dolciumi. Bisnonno Antonio, sul dondolo, assisteva ai preparativi in suo onore. Lilly lo spiò dalla soglia della cucina. Pareva che qualcuno gli avesse spremuto della colla UHU tra le palpebre. Mollò un taralluccio ed estrasse dalla tasca una forma di plastilina. Più morbida della plastilina c’era solo l’aggettivo che la accompagnava: malleabile. Ferraglie. Chiavistello. Tre mandate…Lilly si allarmò. … Un colpo di vento risalì per le scale e rinfrescò la cucina.
– Ciao!
Era arrivata Cecilia. A ogni tic delle ballerine sui gradini un senso di malessere si gonfiava nel petto della sorella. Quando apparve alla porta, Lilly la squadrò: un’intrusa. La borsa di tela, un vestitino a fiori, le braccia abbronzate con dei nei come chicchi d’ambra, i denti bianchi, gli occhi un po’ sottili, e sette anni di più. Quella sera, prima dei botti, avrebbe suonato il pianoforte davanti a tutta la famiglia. Cecilia di spalle, e mamma papà nonna nonno bisnonno dietro ad ascoltare come gli angioletti del presepe.
– Chi c’è in casa?
– Bis-Antonio.
Poi Lilly attaccò.
– Dove sei stata?
– Con gli altri.
– E gli altri che fanno stasera?
– Forse vengono qui.
Lilly sentì freddo.
– Io non ce li voglio.
– Non decidi tu. Non fare la scontrosa.
Lilly provò a raffazzonare le cose che il padre ripeteva a cena e affermò che la loro era una famiglia democratica e che il suo voto non valeva meno di quello di tutti gli altri. Cecilia inclinò la testa di lato. I capelli le si pomparono come una barriera corallina in fermento. Il profumo di balsamo si diffuse nella sua essenza di femminile, dolce prevaricazione e marcò la distanza che c’era tra lei, diciottenne, e Lilly, plastilina in mano. Il sole cominciò a calare. La mamma trottava tra cucina e ripostiglio. La nonna roteava le braccia davanti ai fornelli mulinando aria e odore di pappardelle con sugo di agnello.
Lilly stava al centro della stanza beccandosi spallate come un paletto da slalom sciistico. La cena fu anche peggio. Brodaglie, mi passi il sale, piatti colanti, piatti puliti dopo una scarpetta meticolosa e a prova di Svelto, teglie che slittavano sulla tovaglia e chiazze di pomodoro che si stampavano sui vestiti come nel mezzo di una partita di paintball. Bisnonno Antonio cacciò un brontolio. Ci fu silenzio. Il boss alzò il bicchiere, sciolse la UHU dalle palpebre e fece oscillare lo sguardo annebbiato dal vino tra il calice e Cecilia.
– Un brindisi alla nostra diciottenne!
Cecilia sorrise. Il suo quadrato di tovaglia immacolato. Le posate accoppiate al centro del piatto. Perfettina-sotuttoio-pianista da quattro soldi.
Dopo pochi minuti tutti andarono in bagno per lavarsi i denti o risciacquare le dentiere. Lilly sgusciò di sopra al secondo piano. Non ci pensano neanche che bis-Antonio fa fatica a farsi tutte queste scale. Il pianoforte, uno Yamaha rigenerato ma in perfette condizioni, riluceva nero contro la parete. I pedali d’oro. La scritta d’oro. Intorno erano state già disposte sedie e poltroncine. Avrà i suoi cinque minuti di gloria e sarà ancora più insopportabile. Pian piano tutti posarono gli spazzolini e si avviarono verso le scale. Squillò il campanello: gli amici di Cecilia. Lilly doveva prendere una decisione. Salì sullo sgabello del pianoforte con la plastilina in mano, lo aprì, calò il braccio dentro il parallelepipedo e appicciò l’impasto giallastro a un set di corde in acciaio. Quando scese dal seggiolino il cuore le faceva male.
– Hai capito, nonno? Cecilia ti suona il pianoforte, stasera.
– Ma che senso ha… è sordo. È già tanto se si accorge dei fuochi.
– Ci sente, ci sente, – lo difese qualcuno. Genitori e nonni presero posto. Mancava la star. Si fa sempre aspettare. Finalmente, seguita da Alice e Osvaldo e da Gerardo, Cecilia si presentò.
– Ragazzi, venite. Avete mangiato? – li accolse mamma Laura. – Alice, quanto sei bella!
L’unico dei tre che notò Lilly fu Gerardo. Le si avvicinò di soppiatto. I ricci tirati indietro, la fronte bronzea velata di sudore, una polo viola con le rifiniture verdi a zig zag, un bracciale di metallo al polso.
– Ehi, piccolina.
La baciò sulla guancia. L’alito gli sapeva di caramelle Golia e di sigaretta. Lilly rimase ipnotizzata. Le succedeva sempre. Allora lui le diede un buffetto e andò a sedersi.
– Adesso Cecilia ci suona qualcosa e poi tutti al porto a vedere i fuochi! – disse il babbo.
Cecilia si sistemò sullo sgabello, aprì il coperchio.
-–Nonnino, tanti auguri.
Lanciò uno sguardo dietro ai suoi amici e cominciò a suonare. Il pezzo, un notturno in maggiore di un noto compositore sloveno, intitolato Stelle cadenti, cominciava dalle note più alte e si aggirava nella parte destra della tastiera con tocchi lievi. Poi, come da titolo, le note diventavano sempre più acute per scivolare in basso. A Lilly scottavano le orecchie. Il momento più dolce non fu quello della steccata, del fiasco, della figuraccia atroce, ma quello un semitono prima. Quando Gerardo si era distratto e, finito sul viso di Lilly, aveva intuito quanto sarebbe diventata bella.
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