«Il nostro Amleto casalingo»

Il regista Claudio Di Scanno racconta lo spettacolo in scena a Popoli da sabato fino al 29 luglio
POPOLI. «Si va in scena come vestiti da casa, ogni sera in modo diverso come tutti i giorni, poi gli attori si appoggiano addosso anche abiti storici e interpretano più personaggi. Per noi l’attualità di “Amleto” è anche questo».
Claudio Di Scanno, anima eterna del Drammateatro, è nel pieno delle prove del nuovo spettacolo,“Hamlet”, al debutto da sabato 21 e fino al 29 luglio (ore 21.15, prenotazioni 347.7937963) nello spazio ruvido e polveroso del teatro comunale di Popoli in fase finale di ristutturazione post terremoto. Il regista abruzzese ne firma la riscrittura drammaturgica e regia, lo affianca il collaudato gruppo di attori ispirato da Susanna Costaglione, il maturo Mauro Marino e la giovanissima Beatrice Giovani, con musiche agìte in scena di Marco Di Blasio. Due ore intense, ricche di semplici, efficaci trovate.
Di Scanno, come si è confrontato con il classico scespiriano di tutti i tempi?
Ho sfruttato l’elemento metrateatrale dell’Amleto, la messinscena della compagnia di attori che svela l’assassinio di suo padre e il marciume della corte. L’espediente del teatro nel teatro ha consentito agli attori del Drammateatro di interpretare più personaggi con una trasformazione a vista. I miei attori intervengono nella tragedia e impersonano più ruoli. L’attualità del teatro è tutta lì, intrighi di potere a parte. Qui noi riflettiamo sui dubbi e le difficoltà del fare teatro oggi esplorando la sincerità della natura umana.
“Essere o non essere” una riflessione ad alta voce?
Il celebre monologo di Amleto è la quintessenza del teatro che svela la verità in un mondo governato dall’ipocrisia. La sincerità degli abiti quotidiani dei miei attori è centrale, la riscrittura del Drammateatro è modellata sulle loro caratteristiche recitative e fisiche, l’attualità di Shakespeare si coglie anche in questo aspetto estetico. Il teatro comunale di Popoli, dall’85 casa teatrale del Drammateatro e poi reso inutilizzabile da sisma 2009 è tuttavia il luogo perfetto per il vostro Amleto, come lei scrive nelle note di regia.
Il teatro si può fare dovunque, tutti i luoghi sono inizialmente perfetti. Poi è lo spirito del tempo a renderli imperfetti, improvvisamente il teatro diventa un accessorio secondario alla socialità, scomodo alla politica. Ma conserva la sua inquietudine. La sincerità che il teatro esprime è l’insegnamento immortale che Shakespeare ci ha consegnato e che va tutelato.
Dell’Amleto alcuni studiosi hanno parlato come di simulazione biografica dell’autore calata sulla scena. Come vi ritorna utile tutto questo?
Approfittando di questo elemento noi prendiamo il coraggio di parlare di noi come persone attori calandoci in scena dal quotidiano, riflettendo sull’essere umanità. C’è un momento nello spettacolo in cui Amleto rivolto al pubblico dice «curate gli attori perché sono l’immagine riflessa della vostra dignità di persone». Questo mi ha fatto capire l’ambiguità del personaggio, la sua vera o presunta follia a misura d’attore che sa fingere.
Dal teatro nella riserva delle Sorgenti del Pescara sulla spinta dell’emergenza post sisma all’ex edificio industriale, lavatoio, cantina del centro storico. Ora il ritorno al Comunale per quanto spazio in fieri.
Volutamente lo utilizziamo così, nudo e polveroso, e nella sua totalità, galleria, platea, scena. Senza orpelli scenotecnici, senza quinte nè sipari. Gli spettatori potranno percepirlo come luogo aperto, scarno, ruvido, popolato di fantasmi che l'immaginazione ha maturato.
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