“Il palo della doma” per addomesticare uomini e lupi

Un romanzo breve, tra sentimento e azione, per l’esordio letterario del medico teramano Paolo Galassi
Il palo della doma è il grosso ramo piantato a terra a cui viene legato l’animale da addomesticare, da rendere docile e obbediente al padrone con qualche nerbata. Una pratica usata un tempo da pastori e allevatori sui cani inselvatichi e sugli asini che oggi farebbe inorridire gli animalisti. All’occorrenza anche sull’uomo, per umiliarlo e sottometterlo a un capo, come racconta il medico teramano Paolo Galassi nel suo recente esordio letterario intitolato appunto “Il palo della doma” (Artemia Nova Editrice, 121 pp, 15 euro). L’autore, classe 1955, natali a Camerino ma “figlio dei monti Sibillini”, come tiene a precisare, la professione di urologo e la famiglia legate a Teramo, dove vive da un quarantennio, ha il merito intanto di rispettare la regola aurea che tanti al primo libro disattendono con immodestia: restare sotto le 150 pagine, per farsi leggere. E poi sfoggia una scrittura piacevole, asciutta e diretta, padroneggiando sia le pagine in cui prevalgono i sentimenti quanto quelle dominate dall’azione. Romanzo breve, “Il palo della doma” ha per protagonista il disilluso medico cinquantenne Francesco Arpini, uomo solitario come un lupo che incontriamo nella prima pagina in procinto di farla finita. Ma forse non è così deciso a saltare dalla spalletta del ponte, tanto da rispondere a una chiamata sul cellulare. E se quella telefonata lo spinge a una tregua coi suoi dèmoni e lo conduce à rebours allo sperduto paese montano di pastori transumanti, paese dell’infanzia e adolescenza e dell’affetto più forte della sua vita, una seconda chiamata altrettanto inaspettata alla fine deciderà, forse, il suo destino. Sta al lettore completare il finale aperto. La narrazione si snoda in una sorta di montaggio parallelo tra il presente cupo e due passaggi fondamentali del passato del protagonista, che lo segnano l’uno nel fisico e l’altro, più recente, nell’animo: gli scontri coi celerini romani dello studente universitario Francesco detto Lupetto (per via delle origini appenniniche e del carattere) negli anni di piombo, e lo scontro in ospedale con un borioso collega e la burocratica direttrice sanitaria. Archiviati questi capitoli cruciali della vita di Francesco, il racconto si sposta col protagonista nel paese natìo, sulle montagne tra Marche e Umbria, al capezzale dell’amore di gioventù Angelica. Ma è lei in fondo a soccorrerlo, anche se Francesco giunge nella piccola patria Guaita (l’odierna Cupi di Visso, tra due faglie sismiche all’inizio della Valnerina) convinto del contrario. Nell’affiorare dei ricordi del protagonista legati ad Angelica il racconto di Paolo Galassi procede senza la tentazione, cara a molti scrittori, di idealizzare il passato, il paese, la comunità, lasciando invece che ne emergano anche gli aspetti violenti e brutali, chiusi e ottusi, soprattutto verso le donne. Sapida la descrizione di tutti gli altri personaggi, ben caratterizzati, e dei riti della comunità pastorale.