Il Poema Minimo di Giancarlo Giuliani

Il volume di poesie sarà presentato dall’autore e Giovanni D’Alessandro domani all’Aurum di Pescara
Poema Minimo (Tabula Fati 2019, 71 pagine, 8, euro postfazione di Sandro Naglia) s’intitola, con tono dimesso e antifrastico rispetto allo spessore che ha, il nuovo libro di poesia di Giancarlo Giuliani, docente, narratore, saggista, consulente editoriale che vive e opera a Pescara.
Il libro - che verrà presentato a Pescara, in una conversazione tra l’autore e Giovanni D’Alessandro, domani alle 17.30 all’Aurum - è tutto attraversato da una asciutta, indomita interrogazione sull’uomo; più che sul destino dell’essere umano, sul mistero della sua esistenza, la cui insondabilità è un assunto a base di ognuna delle 59 poesie. Da dove venga l’uomo è impossibile capire, dice Giancarlo Giuliani.
La scienza moderna, con gli apporti dati da positivismo e psicanalisi, non ha diradato questa “nube” iniziale, né fatto avanzare l’uomo rispetto al tempo in cui, per «conoscere se stesso», ci si affidava al vaticinio degli dei, le cui voci parlano ancora, poeticamente, al cuore del Giuliani classicista.
Solo la parola poetica risuona infatti nella caverna del mito platonico e si fa seguire. Il massimo di scienza è il suo ascolto e la cieca sequela di essa, ancorché non sia dato sapere dove stia guidando e costante sia la percezione d’essere meramente condotti. «Chi potrò invocare/ perché mi indichi la via? Le ombre fuggono strisciando/ contro il muro, nel cielo/ si raccolgono fiamme, /lontano il canto rinasce./ Non temo di essere imperfetto,/ percorro a ritroso il cammino/ e apprendo dall’orlo scheggiato/ del tempo i suoni promessi/ dal silenzio degli dei».
E’ un diario filosofico questo Poema Minimo? Sì, nel senso etimologico della parola. Una quotidiana interrogazione sulle opere e i giorni della vita umana, animata da amore per il sapere, praticata con riferimenti culturali poderosi, abitata da una socratica ricerca della verità, acuta nell’approdo alla coscienza di non sapere alcunché. La cui unica lanterna di Diogene è la poesia: «La mia pagina è sterile/ calligrafia, eppure è la via/ di accesso al mistero». Ritmi e immagini ispirate da Thomas Stearns Eliot («Ruit hora, nella curva del tempo./ la terra si offre all’abbraccio/ del gelo. E’ questo il regno promesso») nel descrivere la circolarità del tempo; echi nominalistici alla Montale, in cui all’uomo non resta «che la vuota/designazione delle cose», nel costruire «pagine e pagine di segni», alla ricerca del «verso rivelatore», della «parola che sigilli ogni cosa», citazioni hoelderliniane («E’ tempo che il poeta si riscopra/ cantore»), amati dal saggista-traduttore Giuliani e molto altro contribuisce alla bellezza di Poema minimo.
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