“Il rancore e la speranza” Bruno Vespa in libreria con 75 anni di storia

Ritratto di una nazione dal dopoguerra a Giorgia Meloni Pubblichiamo il capitolo sui Repubblichini e Dario Fo
È in libreria dall’8 novembre “Il rancore e la speranza. Ritratto di una nazione dal dopoguerra a Giorgia Meloni, in un mondo macchiato di sangue” ( Rai Libri Mondadori, €21, 364 pp.) di Bruno Vespa. Il giornalista aquilano parte dal racconto delle settimane immediatamente successive al massacro compiuto dai terroristi di Hamas in Israele e spiega perché si è arrivati a un punto cieco, ripercorrendo 75 anni di occasioni perdute, dal 1948 a oggi, e 80 anni di storia italiana intrisi di odio e rancore. Pubblichiamo di seguito un brano del capitolo VI.
Ancora più giovane era Enrico Maria Salerno (17 anni) quando si arruolò volontario nella Guardia nazionale e, dopo aver frequentato il corso allievi ufficiali di Varese, diventò sottotenente a guerra ormai persa. Attore anche nella vita, a Coltano si finse pazzo, nella speranza di essere rilasciato. Gli americani non gli credettero e lo spedirono in un terribile campo inglese vicino Taranto, destinato ai fascisti pericolosi. Protagonista di scontri con i carcerieri, fu destinato a un campo di punizione in Algeria, ma riuscì a fuggire al momento dell’imbarco a Napoli. Poi, la latitanza e la salvezza con l’amnistia Togliatti.
Giorgio Albertazzi si arruolò nella Rsi all’età di 20 anni. Diventò sottotenente della Gnr dopo un corso di otto mesi. Arrestato nel 1945 con l’accusa di collaborazionismo e di aver diretto il plotone d’esecuzione che fucilò il partigiano Ferruccio Manini, Albertazzi rimase in carcere due anni fino all’amnistia Togliatti. Ma disse di essere stato assolto in istruttoria dal Tribunale militare di Milano per non aver commesso il fatto e non confermò la sua presenza in un battaglione di fucilieri che, tra il settembre 1944 e l’aprile 1945, fece una durissima repressione antipartigiana.
Le bugie di Dario Fo, la rivendicazione di Roberto Vivarelli
Più complessa la vicenda di Dario Fo, che, come Salerno, l’8 settembre aveva 17 anni. Si presentò volontario alla Rsi, fu addestrato prima ai servizi contraerei a Varese, poi arruolato nella scuola paracadutismo di Tradate e destinato al Battaglione Azzurro, presente – ricorda Oliva – nell’estate-autunno del 1944 nelle operazioni di rastrellamento antipartigiano nell’Alto Piemonte. Il caso Fo scoppia il 4 febbraio 1975 quando Il Giorno, quotidiano progressista dell’Eni, pubblica un corsivo in cui il critico Giancarlo Vigorelli scrive che «anche Dario Fo sa di avere in pancia l’incubo dei trascorsi fascisti». Lui querela e il giornale rettifica.
Ma due anni dopo, il 9 giugno 1977, il settimanale Il Nord pubblica una lettera di Angelo Fontana, che scrive: «A Dario Fo non conviene tornare a Romagnano Sesia dove qualcuno potrebbe riconoscerlo come rastrellatore e repubblichino». Altra querela, nessuna smentita. Al processo del 1978 Fo chiarisce di essersi arruolato «per fare il doppio gioco con alcuni comandanti partigiani e per evitare l’addensarsi di sospetti sul movimento di resistenza che gravava intorno alla mia famiglia». Nel 1979 il tribunale assolve il direttore del giornale per intervenuta amnistia e condanna l’autore della lettera per la sola frase «Fo intruppato nel battaglione “Mazzarini” della Gnr». Ma la motivazione della sentenza è pesante per l’attore. Si ribadisce che ha fatto parte del Battaglione Azzurro e che questo reparto è stato sicuramente coinvolto nei rastrellamenti, anche se non è certo che lui vi sia stato impiegato direttamente. Ma Carlo Maria Milani, un ex maggiore della Rsi, testimonia in tribunale che anche Fo ha partecipato ai rastrellamenti: denunciato dall’attore, viene assolto con formula piena. Milani aveva chiamato in causa per la prima volta Fo in un’inchiesta di Luciano Garibaldi pubblicata sul settimanale Gente il 4 marzo 1978 e ricca di testimonianze di ex commilitoni dell’attore (di cui veniva pubblicata anche una foto in divisa). Secondo Milani, Fo aveva partecipato ai rastrellamenti della Valle Cannobina per la riconquista dell’Ossola nell’autunno del 1944, portando bombe a mano. Nel numero successivo dell’11 marzo, Gente pubblica un’intervista a Giacinto Domenico Lazzarini, un italo-canadese che aveva lavorato con il servizio segreto militare americano. Lazzarini (Giusto tra le Nazioni per aver salvato parecchi ebrei) coordina i contatti tra le formazioni partigiane dell’Alto Lario e gli Alleati e smentisce completamente la linea difensiva di Fo: mai conosciuto durante la guerra di Liberazione, impossibile che abbia lasciato Tradate nel gennaio 1945 su consiglio dei cugini Albertoli, morti eroicamente quattro mesi prima, mai gli Albertoli parlarono di Fo a Lazzarini, mai sentito parlare di una «casa di Resistenza» della famiglia Fo. «Se l’attore» come afferma «si fosse arruolato nella Rsi su consiglio dei partigiani, avrebbe dovuto dirlo subito dopo il 25 aprile ricavandone un titolo di onore».
E infatti, molto più tardi, Fo ignora i suoi presunti ardori resistenziali e nel 2000 dichiara al Corriere della Sera: «Aderii alla Rsi per ragioni più pratiche: cercare di imboscarmi, portare a casa la pelle. Ho scelto l’artiglieria contraerea di Varese perché tanto non aveva cannoni ed era facile prevedere che gli arruolati sarebbero stati presto rimandati a casa. Quando invece capii che rischiavo di essere spedito in Germania a sostituire gli artiglieri tedeschi massacrati dalle bombe, trovai un’altra scappatoia. Mi arruolai nella scuola paracadutisti di Tradate. Poi tornai alle mie valli, cercai di unirmi a qualche gruppo di partigiani, ma non ne era rimasto nessuno». Infatti la guerra era finita. Lascio al lettore il giudizio sulla penosissima vicenda di quello che Oriana Fallaci, da lui aggredita, definì «fascista rosso che prima di essere un fascista rosso era stato un fascista nero».
Ancora più giovane era Enrico Maria Salerno (17 anni) quando si arruolò volontario nella Guardia nazionale e, dopo aver frequentato il corso allievi ufficiali di Varese, diventò sottotenente a guerra ormai persa. Attore anche nella vita, a Coltano si finse pazzo, nella speranza di essere rilasciato. Gli americani non gli credettero e lo spedirono in un terribile campo inglese vicino Taranto, destinato ai fascisti pericolosi. Protagonista di scontri con i carcerieri, fu destinato a un campo di punizione in Algeria, ma riuscì a fuggire al momento dell’imbarco a Napoli. Poi, la latitanza e la salvezza con l’amnistia Togliatti.
Giorgio Albertazzi si arruolò nella Rsi all’età di 20 anni. Diventò sottotenente della Gnr dopo un corso di otto mesi. Arrestato nel 1945 con l’accusa di collaborazionismo e di aver diretto il plotone d’esecuzione che fucilò il partigiano Ferruccio Manini, Albertazzi rimase in carcere due anni fino all’amnistia Togliatti. Ma disse di essere stato assolto in istruttoria dal Tribunale militare di Milano per non aver commesso il fatto e non confermò la sua presenza in un battaglione di fucilieri che, tra il settembre 1944 e l’aprile 1945, fece una durissima repressione antipartigiana.
Le bugie di Dario Fo, la rivendicazione di Roberto Vivarelli
Più complessa la vicenda di Dario Fo, che, come Salerno, l’8 settembre aveva 17 anni. Si presentò volontario alla Rsi, fu addestrato prima ai servizi contraerei a Varese, poi arruolato nella scuola paracadutismo di Tradate e destinato al Battaglione Azzurro, presente – ricorda Oliva – nell’estate-autunno del 1944 nelle operazioni di rastrellamento antipartigiano nell’Alto Piemonte. Il caso Fo scoppia il 4 febbraio 1975 quando Il Giorno, quotidiano progressista dell’Eni, pubblica un corsivo in cui il critico Giancarlo Vigorelli scrive che «anche Dario Fo sa di avere in pancia l’incubo dei trascorsi fascisti». Lui querela e il giornale rettifica.
Ma due anni dopo, il 9 giugno 1977, il settimanale Il Nord pubblica una lettera di Angelo Fontana, che scrive: «A Dario Fo non conviene tornare a Romagnano Sesia dove qualcuno potrebbe riconoscerlo come rastrellatore e repubblichino». Altra querela, nessuna smentita. Al processo del 1978 Fo chiarisce di essersi arruolato «per fare il doppio gioco con alcuni comandanti partigiani e per evitare l’addensarsi di sospetti sul movimento di resistenza che gravava intorno alla mia famiglia». Nel 1979 il tribunale assolve il direttore del giornale per intervenuta amnistia e condanna l’autore della lettera per la sola frase «Fo intruppato nel battaglione “Mazzarini” della Gnr». Ma la motivazione della sentenza è pesante per l’attore. Si ribadisce che ha fatto parte del Battaglione Azzurro e che questo reparto è stato sicuramente coinvolto nei rastrellamenti, anche se non è certo che lui vi sia stato impiegato direttamente. Ma Carlo Maria Milani, un ex maggiore della Rsi, testimonia in tribunale che anche Fo ha partecipato ai rastrellamenti: denunciato dall’attore, viene assolto con formula piena. Milani aveva chiamato in causa per la prima volta Fo in un’inchiesta di Luciano Garibaldi pubblicata sul settimanale Gente il 4 marzo 1978 e ricca di testimonianze di ex commilitoni dell’attore (di cui veniva pubblicata anche una foto in divisa). Secondo Milani, Fo aveva partecipato ai rastrellamenti della Valle Cannobina per la riconquista dell’Ossola nell’autunno del 1944, portando bombe a mano. Nel numero successivo dell’11 marzo, Gente pubblica un’intervista a Giacinto Domenico Lazzarini, un italo-canadese che aveva lavorato con il servizio segreto militare americano. Lazzarini (Giusto tra le Nazioni per aver salvato parecchi ebrei) coordina i contatti tra le formazioni partigiane dell’Alto Lario e gli Alleati e smentisce completamente la linea difensiva di Fo: mai conosciuto durante la guerra di Liberazione, impossibile che abbia lasciato Tradate nel gennaio 1945 su consiglio dei cugini Albertoli, morti eroicamente quattro mesi prima, mai gli Albertoli parlarono di Fo a Lazzarini, mai sentito parlare di una «casa di Resistenza» della famiglia Fo. «Se l’attore» come afferma «si fosse arruolato nella Rsi su consiglio dei partigiani, avrebbe dovuto dirlo subito dopo il 25 aprile ricavandone un titolo di onore».
E infatti, molto più tardi, Fo ignora i suoi presunti ardori resistenziali e nel 2000 dichiara al Corriere della Sera: «Aderii alla Rsi per ragioni più pratiche: cercare di imboscarmi, portare a casa la pelle. Ho scelto l’artiglieria contraerea di Varese perché tanto non aveva cannoni ed era facile prevedere che gli arruolati sarebbero stati presto rimandati a casa. Quando invece capii che rischiavo di essere spedito in Germania a sostituire gli artiglieri tedeschi massacrati dalle bombe, trovai un’altra scappatoia. Mi arruolai nella scuola paracadutisti di Tradate. Poi tornai alle mie valli, cercai di unirmi a qualche gruppo di partigiani, ma non ne era rimasto nessuno». Infatti la guerra era finita. Lascio al lettore il giudizio sulla penosissima vicenda di quello che Oriana Fallaci, da lui aggredita, definì «fascista rosso che prima di essere un fascista rosso era stato un fascista nero».