Il segreto di Fontamara «La copia trovata a Mosca»

29 Maggio 2018

In un saggio di Giulio Napoleone il mistero dell’origine del romanzo di Silone «Per i comunisti russi era funzionale alla rivoluzione in Italia, per quelli italiani no»

Fontamara nacque come romanzo di propaganda comunista, ma nella sua prima concezione venne occultato tre volte: due per volontà del Pci, dal quale Ignazio Silone era stato espulso, e di fatto dallo stesso autore che non si riconosceva più nel partito del quale, negli anni ’20, era stato un fervente attivista. Queste notizie storiche inedite sono frutto delle ricerche d’archivio condotte a Mosca da Giulio Napoleone, 54enne ortonese appassionato dello scrittore nato a Pescina nel maggio del 1900. Il ricercatore ortonese ha da poco dato alle stampe “Il segreto di Fontamara”, edito dalla Castelvecchi. «Non si tratta di un saggio letterario ma di un’indagine archivistica», precisa l’autore, «che fotografa un aspetto importante della cultura italiana».
Napoleone, che cosa ha trovato tra le carte del Pcus che fino agli anni ’90 erano inaccessibili?
Un dattiloscritto del 1929 che non avevo mai visto prima, nonostante ne abbia visionati tantissimi. Dopo il frontespizio con nome dell’autore e titolo, spicca una dedica diversa dalla prima edizione di Fontamara, stampata in Svizzera nel 1933 in lingua tedesca: in questo fascicolo, presentato allora da Silone come “romanzo di vita contemporanea”, lo scrittore abruzzese dedica il proprio lavoro “ai militanti comunisti, operai e intellettuali dell’Italia settentrionale, finora condannati dal Tribunale speciale per essersi recati nel Mezzogiorno a compiervi opera di risveglio e di organizzazione dei contadini poveri”. L’edizione svizzera è invece dedicata da Silone al fratello, alla compagna Gabriella Seindelfeld e al fratello Romolo Tranquilli (il vero nome di Silone era Secondo Tranquilli, ndr).
Come mai questo manoscritto si trova a Mosca e perché con questa dedica?
Il testo viene inviato dall’autore a due amici che rivestono un ruolo importante nel ComIntern, Giovanni Germanetto, che è il responsabile per gli affari culturali dei comunisti italiani, e Ruggero Grieco detto Grimaldi, che pone il visto sul documento. Era un testo in linea con le direttive di Mosca, e funzionale all’attività che dentro il partito svolgeva Silone: lui riteneva fondamentale il coinvolgimento dei contadini, e di qui la dedica ai dieci militanti che, nel dicembre del ’28, erano stati condannati dal Tribunale speciale.
Paradossalmente un classico della letteratura italiana viene stampato e diffuso prima in tedesco e poi in russo.
Già: all’edizione tedesca del ’33 segue infatti quella russa nel ’35, introvabile e custodita nella biblioteca nazionale di Mosca. A stamparla fu la casa editrice di stato sovietica: per gli intellettuali russi il romanzo di Silone evidentemente era funzionale alla rivoluzione in Italia, ma per quelli italiani no.
Perché questo dattiloscritto non è mai tornato in Italia?
Nel 1931 Silone viene espulso dal Partito comunista, e in questo proprio Grieco fu uno dei protagonisti. Perciò negli anni ’30 i comunisti italiani avevano interesse acché Fontamara non venisse diffuso. Lo stesso avvenne negli anni ’60: nell’aprile del 1961 Franco Ferri, segretario generale dell’Istituto Gramsci, e il segretario personale di Palmiro Togliatti, Luigi Amadesi, aprirono il faldone quando andarono a Mosca per “rimpatriare” l’archivio del Pci custodito in Urss. Però lasciarono lì il primo dattiloscritto di Fontamara.
E da allora quel faldone non venne più visto?
No. Quando lo visionai io a Mosca nel 2009 fui il primo a riaprilo: gli ultimi visti sul fascicolo erano quelli di Ferri e Amadesi del ‘61.
Che conclusioni possiamo trarre da questa sua scoperta nell’archivio di Mosca?
Che Fontamara nacque per fare propaganda comunista sotto forma letteraria: era un romanzo funzionale alla rivoluzione antifascista che, per Silone, doveva passare attraverso la creazione di un fronte comune tra operai e contadini, che erano i più sensibili al fascismo.
Di questa prima concezione di Fontamara però lo scrittore di Pescina non parlò mai.
Per quanto ne sappiamo non ne fece cenno con nessuno: possiamo definirlo una sorta di “figlio non riconosciuto”. Quindi, di fatto, il terzo occultamento del dattiloscritto di Mosca fu fatto da lui stesso, quando si era allontanato dal Pci e i rapporti con il partito, e con lo stesso Togliatti del quale era stato grande amico, erano caratterizzati da un notevole astio.
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