Il senso dei giorni e degli anni nei versi di Daniela D’Alimonte

31 Gennaio 2019

Fermare il tempo, o comunque attribuirgli un senso, una direzione, nella sequela di giorni il cui significato spesso sfugge. E’ forse l’intento di Daniela D’Alimonte e della sua ultima raccolta di...

Fermare il tempo, o comunque attribuirgli un senso, una direzione, nella sequela di giorni il cui significato spesso sfugge. E’ forse l’intento di Daniela D’Alimonte e della sua ultima raccolta di poesie intitolata “Un anno e altri giorni” (Tabula Fati, 6 euro, 46 pagine), con prefazione di Federico Moccia, il cui scopo è appunto quello di dare vita ad una sorta di diario annuale in versi, per far rivivere antichi giorni e trascorsi sentimenti. Oppure l’autrice abruzzese ha voluto affidarsi al ripetersi ciclico dei mesi, il loro ritornare eterno che però eterno non è e dell'eterno ha solo illusione.
Certo è che nello scorrere dei brani, ognuno dedicato ad un mese, si dipana forse una vita intera, i dubbi e le domande che il passato ha lasciato e che il presente non sa risolvere. Il fatto è che l'apparente scansione apparentemente impersonale, equilibrata e controllata, della poetessa non aiuta, e il lettore si trova coinvolto da versi che non trasformano mai il velato intimismo in aperta confessione. Ciò almeno fino a quando la routine e la ciclicità annuale non viene rotta nella seconda parte del libro, in cui ciò che forse non si era acceso prima, di colpo prende vita. Nelle poesie della seconda parte, soprattutto le iniziali, un miracolo avviene, è un abbaglio, scompiglia il cuore, e riesce a fermare la routine, il ciclo lascia fiorire infatti momenti unici. Non per niente molte di queste poesie successive sono segnate da gioie e accensioni improvvise, come per un insopprimibile desiderio di uscire dal grigiore e dalla ripetizione. Per quanto anche in questa seconda parte non mancano le nostalgie e l’idea di una finzione che sembra permeare di sé cose e uomini, evidenti in questo finale: «E bastano queste quattro mura, e questa penna, per dire che il giorno comunque è passato, e che ho fatto bene finta di averlo vissuto». Quello che si nota è quindi il bisogno di autenticità, il bisogno di essere se stessi oltre le maschere, e la poesia indubbiamente costituisce anche un'occasione di maggiore introspezione, perché aiuta a guardarsi dentro per cercare di ritrovarsi. E intanto l’autrice conta i giorni che sfilano, «come in un rosario» dice, alternando nella seconda parte le note positive o che si sperano positive, con momenti non tanto di sconforto, quasi di resa malinconica ad un'esistenza che non può dirsi completamente libera, ma che nell'angustia delle faccende quotidiane si fa sempre un po' prigionia, gabbia, limite.
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