Il terremoto uccide due volte con le tangenti nella Rete

Una storia di malaffare in Abruzzo in un romanzo del pescarese Toni Modestini La corruzione nella regione come metafora di tutte le corruzioni italiane
PESCARA. “Tangenti nella Rete” è un romanzo d'azione che racconta le vicende di due amici che diventano dei vigilantes anti-corruzione. La storia parte da una drammatica vicenda, una scuola elementare da poco ampliata crolla in seguito a un terremoto uccidendo diversi bambini e una maestra. I politici che hanno gestito i lavori di ampliamento hanno commesso gravi errori, ma vengono processati ed assolti. Gianni e Marco, il fratello e il fidanzato della maestra morta, iniziano a vedere coloro che vorrebbero arricchirsi facendo politica come personaggi interessati solo ad ottenere vantaggi personali e denaro, ma che riescono a passare sempre indenni attraverso le maglie della giustizia. I due decidono di provvedere loro stessi a punirli rubando le loro mazzette, scoprendo così una organizzazione criminale. Il romanzo traccia una geografia, quasi molecolare, della corruzione abruzzese che si fa metafora possibile di tutte le corruzioni italiche. L’autore di “Tangenti nella Rete” (246 pagine, si può acquistare su Amazon) è Toni Modestini, 56 anni, nato a Cepagatti, e cresciuto a Pescara. Modestini ha studiato Scienze economiche e bancarie a Siena, è stato dirigente di aziende pubbliche e private e ha lavorato in Italia, Austria e Regno Unito. Dal 2011 vive a Cambridge. Pubblichiamo qui l’inizio del romanzo. di TONI MODESTINI
Mercoledì 10 febbraio 2010.
Le nuvole provenienti da est avevano attraversato l’Adriatico e trovando il passo bloccato dalla Majella si erano accumulate sulla città di Aterna. Quella mattina il cielo non prometteva nulla di buono. Il tribuale aveva sede in un ex convento, una imponente struttura gotica in pietra e mattoni. L’aula di giustizia era in grande salone che nel passato aveva ospitato il refettorio e che quel giorno era pieno come mai lo era stato; c’erano giornalisti arrivati anche dall’estero e in ogni angolo erano state piazzate delle telecamere. Erano tutti in attesa che venisse letta la sentenza del processo per il crollo della scuola di Bugna. Gianni, seduto tra i parenti delle vittime, osservava in silenzio la gente accalcata intorno a lui. C’erano voluti cinque anni perchè quel momento arrivasse, un tempo infinito. Ma ora che l’attesa sentenza stava per essere letta, si sentiva svuotato. La morte di Chiara non poteva essere riparata, perché nulla avrebbe potuto restituirgli sua sorella che era due anni più giovane di lui e che il giorno del terremoto aveva solo ventotto anni. Con Chiara era stato amore e odio fin dall’adolescenza, poi avevano maturato un bellissimo rapporto che aveva dato molto ad entrambi; soprattutto dopo che i genitori, uno dopo l’altro, se n’erano andati.
Dopo quella tragedia per lui non era stato facile. Gestiva una stazione di servizio, e questo, almeno, l’aveva tenuto occupato, ma soprattutto aveva avuto Alice che gli era stata vicino. Non era stato così per Marco, che in quel momento era seduto al suo fianco, che con Chiara ci viveva da sei anni e avrebbe dovuto sposarla un mese dopo il terremoto. Per lui le indagini erano state uno stillicidio, uno scavare continuo in una ferita aperta; forse solo a processo concluso avrebbe ritrovato un suo equilibrio, e quella ferita avrebbe iniziato a rimarginarsi. Intorno a loro erano seduti i genitori delle piccole vittime, madri e padri che quel maledetto giorno avevano mandato i figli a scuola e non li avevano più visti tornare.
Con loro Gianni aveva affrontato il lungo calvario del processo e insieme avevano fatto tanti incontro con il Pubblico Ministero e i suoi periti, per capire e farsi una ragione di quanto era accaduto. In quelle occasioni i poveretti, accomulati dalla stessa pena, avevano dato sfogo alla loro disperazione. Ne aveva visti alcuni ammalarsi ed altri perdere la lucidità mentale. Tutto per una tragedia che avrebbe potuto essere evitata.
Subito dopo la scossa tutta Bugna era accorsa alla scuola e genitori, parenti e amici, avevano scavato tra le macerie e mani nude, ascoltando i lamenti sempre più fiochi dei bambini sepolti vivi. La colpa di quel disastro fu inizialmente data al terremoto, ma presto gli abitanti di Bugna si accorsero che qualcosa non quadrava. Quella scossa, che aveva avuto la forza di ridurre in frantumi la scuola, avrebbe dovuto buttare a terra mezzo paese; in giro, però, si vedevano solo mura lesionate e cornicioni caduti. Danni gravi ma nessun crollo. Presto si capì che Chiara e i bambini erano morti sotto le macerie dell’unico edificio andato giù in tutta Bugna. I vigili del fuoco, arrivati per prestare i soccorsi, avevano espresso subito perplessità su un ampliamento, ultimato da poche settimane, con il quale erano stati aggiunti un intero piano e un tetto in cemento armato sulla vecchia scuola, senza rinforzare la preesistente struttura in muratura. Con la scossa le vecchie mura avevano ceduto e il primo piano e il pesante tetto erano crollati sull’aula delle vittime, trasformandola in una trappola di cemento armato. Ventiquattro ore dopo il disastro la popolazione aveva già emesso il verdetto e puntato il dito accusatorio su Ranalli, il sindaco che aveva gestito l’appalto per l’ampliamento.
Il Pubblico Ministero che conduceva le indagini impiegò pochi giorni per scoprire che quei lavori erano stati fatti senza rispettare la normativa.