Il Virus della satira ha 20 anni Così Pescara rideva di se stessa

8 Giugno 2017

Convegno e mostra sulla rivista che prendeva in giro i potenti della città «Volevamo essere pericolosi e per un anno abbiamo fatto un bel casino»

A Pescara torna protagonista la satira, con due iniziative, tra oggi 8 e l'11 giugno, una all'interno dell'altra, percorse dallo stesso spirito. Una è il Satyricom, rassegna di satira dentro e fuori web e social network. E al suo interno si celebra un ventennale, quello di una rivista, sì di satira, ma in generale di cultura e società, pubblicata (e distribuita nei suoi circoli) dall'Arci, Virus Magazine, social medium ante litteram, negli anni tra il '96 e il ’99. Di questa ricorrenza e di quell'esperienza si parlerà domani alle 19, al Museo Colonna di piazza Primo Maggio, e nell'occasione l'Arci Pescara presenterà il lavoro di digitalizzazione integrale dei contenuti di tutti i numeri prodotti, disponibile sulla piattaforma Issuu.com. Il convegno sarà preceduto da un Vrius Party, stasera alle 21, nel circolo Babilonia di via Campobasso a Pescara. Il ricordo di quella stagione è affidato a Fabrizio Santamaita, giornalista pescarese, attuale portavoce del governatore D’Alfonso, che faceva parte della redazione di Virus.
di FABRIZIO SANTAMAITA
Virus era un quindicinale di satira pubblicato dall’Arci di Pescara, sul quale scriveva un gruppo mooooolto eterogeneo di trentenni: giornalisti, architetti, insegnanti, cinèfili, bibliòfili, etilisti, poi ogni tanto qualcuno portava un amico o un’amica… le riunioni di redazione sembravano la festa di Sant’Andrea. Eravamo nel 1996-1997, gli anni in cui Internet cominciava a diffondersi e l’Italia scopriva la terminologia informatica. Per molti la parola “virus” fino a quel momento era stata solo sinonimo di morbillo o varicella, dal web in poi prese l’accezione che conosciamo oggi per i computer. Volevamo essere ficcanti e pericolosi come un virus che manda in tilt il sistema. Anche se a livello pratico l’impatto è stato scarso, sul piano politico ci siamo fatti conoscere e rispettare. Ricordo che - durante un comizio in piazza Salotto - un deputato di destra, Raffaele Delfino, sventolò una copia del giornale e ce ne disse quattro. Per noi fu come vincere una medaglia. Ce l’avevamo soprattutto con i potenti dell’epoca: il deputato di centrodestra Nino Sospiri, il sindaco Carlo Pace, il rettore dell’università Uberto Crescenti, il capo storico dei commercianti Ezio Ardizzi. Io scrivevo, all’inizio, di attualità, un po’ random, poi mi sono inventato una rubrica dal titolo “Pub fiction - volo radente fra i tavoli di un locale qualsiasi”. Riportavo spezzoni di conversazione captati nelle innumerevoli serate che passavo nei pub, era come se andassi in giro tra i tavoli con un registratore acceso. L’effetto era carino anche perché utilizzavo il linguaggio originale di chi parlava, col dialetto e il gergo giovanile dell’epoca; per farti capire, “non lo so” diventava “nollosò”, e poi “vabbene”, “sci sci”, “Abbruzzo” e via raddoppiando.
In redazione la star era Emidio Giovannozzi, un architetto ascolano che disegnava vignette pazzesche e ogni tanto mollava qualche intervista buffa ai personaggi della Pescara underground. Gli editoriali li firmavano Ugo Perolino, che era il direttore, e Giacomo D’Angelo. Poi c’era Paolo Ferri che scriveva di cinema, Giammarco De Bonis che si occupava di musica, Marco Colombelli (presidente di Arci Pescara dell'epoca) che dava i primi rudimenti di Internet, Silvia Musacchio, Mauro Smocovich, Sacha Di Muzio, Cesare Perfetti e Vittorio Tomaselli che spaziavano su tutto quanto era cultura, Alessandro Ricci che faceva le cronache della Pescara allucinata-allucinante e Gennaro Partenza - colui che poi avrebbe costruito le Torri Camuzzi - con la rubrica filosofica “Un tocco di saggezza”. Questi erano i redattori fissi, poi c’era gente che scriveva ogni tanto, insomma di materiale ne girava parecchio. La grafica era curata da Gabriella Di Censo (segretaria Arci Pescara) che sfacchinava su un computer del Paleozoico ma che aveva il grande merito di unire e dare forma credibile a quel manipolo di matti e quel che scrivevamo. Non avemmo vita lunga, alla fine la pubblicità non copriva i costi di stampa. Però per un anno abbiamo fatto un bel casino. Se sono nostalgico? Sì, perché è stato un momento felice per tutti quelli che ne fecero parte. La sede era quella dell’Arci in via Cesare Battisti, quasi in piazza Muzii, e ci passavamo spesso per decidere cosa scrivere o anche solo per chiacchierare. C’era fermento. Adesso l’unico cosa che fermenta in quella zona è la birra che servono nei locali.