Intervista a Matteo Saudino: «Ai ragazzi va ridata l’utopia, devono avere un’alternativa»

1 Novembre 2026

L’insegnante e divulgatore filosofico ospite al Fla di Pescara il 5 novembre

PESCARA

Professore, un parere sui giovani in piazza da chi con i giovani ci parla tutte le mattine, dalla cattedra.

«Fanno bene a protestare, sentono la politica distante e chiedono un diritto che oggi rischia di scomparire».

La casa?

«L’utopia».

Matteo Saudino (nella foto) insegna da vent’anni filosofia e storia nei licei torinesi ed è ideatore e autore di «BarbaSophia», il canale YouTube di lezioni di filosofia e storia più grande d’Italia, da oltre 50 milioni di visualizzazioni. Con “Pensieri Stupendi” (Einaudi) sarà ospite di Vincenzo d’Aquino per il Fla di Pescara il prossimo 5 novembre alle ore 18.

Quali sono i “Pensieri Stupendi”?

«Quelli che ci salveranno dalla crisi. Ne ho scelti sette».

Bene. Prima però ci spieghi la crisi.

«Al plurale. La crisi climatica, sociale, economica, le guerre, l’intelligenza artificiale e quindi la crisi dell’uomo e dell’umano, le crisi migratorie. Vado avanti?».

No, è chiaro. Lei però, professore, sa che la storia dell’uomo è la storia delle sue crisi. Ne usciremo?

«Dipende. Storicamente, ci si riprende. Ma ogni volta pensiamo che sia l’ultima».

E quindi?

«Ho immaginato che la crisi che stiamo vivendo sia l’ultima di tutto l’umano. È un giochino filosofico. La domanda è: se fosse davvero la fine?».

Quindi è un libro apocalittico, funereo.

«Ma per nulla, però mettiamoci in testa che questo è il momento delle scelte. E per scegliere con consapevolezza, dobbiamo seguire dei concetti chiave, come delle bussole per il nostro tempo. Ecco quei Pensieri Stupendi».

Ce ne dica uno.

«Conflitto».

Una provocazione.

«È il motore dei grandi cambiamenti. In una democrazia servono regole e limiti, va bene, ma senza conflitto non avremmo avuto nessun tipo di emancipazione, quella femminile o quella dall’Apartheid. E non saremmo usciti fuori dal fascismo».

Oggi siamo ancora in grado di ragionare in questi termini?

«Dipende. Serve un’altra parola tra quelle sette».

L’utopia, la citava poco fa.

«Esatto!».

Saudino, “Utopia” risveglia dei concetti odiosi del Novecento. Non idealizziamola.

«Non è così, esattamente il contrario. Lo vede tutti i giorni, nel mondo in cui viviamo».

Cioè?

«Abbiamo ingabbiato questo animale utopico che era dentro di noi e ora stiamo scoprendo che vivere senza sogni è un incubo».

Era un incubo anche vivere dentro certe utopie.

«Nel Novecento è successo che alcune di quelle speranze si siano rovesciate in incubi, ma andiamoci molto cauti. Per molte persone quel sogno è significato emancipazione. Il punto è che questi ragazzi, a vent’anni, devono poter sognare un mondo migliore, sapere che esiste un’alternativa. Oggi è impossibile restare indifferenti a quelle piazze che abbiamo visto in tv, sui giornali. Le utopie fanno questo, ci risvegliano».

E i manifestanti violenti? Fanno parte del pacchetto?

«Mi sembra piuttosto banale e scontato dire che bisogna condannare la violenza, non nascondiamoci dietro questa retorica. Guardiamo il succo».

Cioè?

«Che a fronte di una manciata di violenti che spaccano le vetrine, ci sono decine di migliaia di ragazzi che manifestano pacificamente, fanno i sit-in, bloccano le strade, non fanno del male a nessuno ma la loro voce è fortissima. Mi ha colpito il loro coraggio».

Coraggio?

«Sono scesi in strada nonostante il livello dello scontro, anche fisico, sia salito rispetto a qualche anno fa. Non sono gli anni Settanta, ma il rischio delle botte non li ha intimoriti. Questo non è scontato».

Ma ai ragazzi vanno dati anche gli anticorpi per sopravvivere a certe derive, altrimenti siamo nel Novecento 2.0.

«Terzo concetto».

Ecco.

«La cura».

Mentale?

«No, nemmeno fisica. Attenzione, sono cose importantissime. Ma non è questo».

E allora?

«Bisogna mettere al centro la cura dell’altro, non c’è solo il puro edonismo. Viviamo in una dimensione sociale, politica».

E l’intelligenza artificiale questa “social catena” la mette in pericolo?

«Non per forza. Non sono tra quelli che pensano che si debbano rompere le macchine».

Però la inseriva tra i rischi della nostra crisi.

«Perché comunque non è un motore a scoppio, non è un aratro. È una macchina che entra nell’umano e lo cambia. Il mutamento è antropologico».

E allora?

«Va governata e democratizzata, dev’essere uno strumento al servizio di tutti e non di quei pochi che vogliono dominare tutti gli altri».

Il ruolo della filosofia in tutto questo pasticcio?

«Coltivare il dubbio. Lo diceva Bertrand Russell, la filosofia è misurare con il dubbio la realtà».

Cosa dobbiamo rimettere in discussione, oggi?

«Un mucchio di cose».

Una.

«La scuola. Gli edifici andrebbero rivisti da zero, in alcuni casi. Così le materie di studio».

Per esempio?

«I ragazzi chiedono più contemporaneità, l’educazione sessuale e affettiva, più laboratori. Una scuola attiva, partecipata. A loro dico di ricordare sempre la lezione di Hannah Arendt: la democrazia è la vita attiva, la partecipazione. Non dobbiamo darla per scontata».

È per questo che i ragazzi sono scesi, a migliaia, nelle piazze di tutta Italia?

«C’è grande stanchezza, c’è rabbia per il mondo in cui viviamo. È un momento in cui la politica sembra estremamente distante su tutti i temi».

Anche lei è un detrattore di TeleMeloni?

«Quel controllo sui media è sempre esistito. Mi sembra che Meloni sia solo un po’ più pacchiana nel farlo...».

E nel campo largo ha fiducia?

«Il dibattito sulle primarie mi interessa davvero poco. Serve un programma che parli di pace, scuola, sanità, lavoro. Quattro temi su cui si gioca il futuro».