«Invento la risata davanti a un piatto di spaghetti»

Il cabarettista pescarese torna al teatro D’Annunzio «Per far ridere mi devo divertire io per primo»
PESCARA. Riuscire a far ridere è una delle cose tecnicamente più difficili: che sia un racconto, una barzelletta o uno sketch teatrale, il genere comico non ammette mezze misure. O il meccanismo scatta e il pubblico in sala libera la tensione con la catarsi della risata, oppure anche l’idea più originale può cadere nel vuoto e gelare l’atmosfera di festa. Il corto circuito oggi scatta con l’aumento delle scuole, sorte in giro per l’Italia con la promessa di trasformare perfetti sconosciuti in cabarettisti di successo, e con il boom dei programmi di intrattenimento televisivi, che si fanno la guerra a colpi di audience. Riuscire a trovare spunti autentici che non annoiano diventa roba complicata e c’è chi ritiene che l’umorismo stesso si trovi a un binario morto. Lo abbiamo chiesto a Marco Papa, il popolare cabarettista pescarese, celebre per il doppiaggio in dialetto abruzzese degli spot televisivi nazionali e dei kolossal del cinema hollywoodiano come Troy, Matrix o Titanic.
Mercoledì 11 marzo sarà al teatro D’Annunzio di Pescara con il suo spettacolo di cabaret con il quale ha girato l’Italia in compagnia di Matteo Laudadio. L’incasso della serata sarà devoluto in beneficenza.
In tempi di crisi e di tragedie umane e familiari, secondo lei c’è ancora voglia di ridere?
«Il giullare è una figura che esiste da sempre. Più ci sono le tragedie e più la gente ha bisogno di ridere. Ritengo che la comicità sia il sale della vita. Piuttosto dovremmo essere noi comici a continuare a saper scherzare senza diventare i protagonisti delle tragedie. Io sono diventato “un triste” in questo momento, ecco non sono più un comico, sto piangendo (ride)».
Pensa che la comicità sia in crisi?
«Assolutamente no, la comicità non è mai in crisi. Il discorso è che noi comici, anche se siamo abituati a reinventarci e trovare sempre nuovi spunti, oggi abbiamo saccheggiato un po’ di tutto e non sappiamo trovare gli spunti giusti per colpire il pubblico. In questo caso mi sento diverso dagli altri comici che fanno satira politica o di costume. Io sono borderline e il mio filone è inesauribile, perché si sviluppa con i film e con il cabaret, quindi la mia è una comicità diretta che si addentra nella società».
Come riesce a far ridere?
«Noi comici viviamo una vita molto appartata. In questo momento ho bisogno di stare a contatto le persone per avere spunti e nuove idee per mandare avanti il mio lavoro. E’ per questo che ho deciso di entrare in società in un ristorante, a Pescara, in via Perugia. Devo sentire, guardare, vedere e studiare. L’unico modo per farlo è intorno a un tavolo, quando la gente mangia, poiché è lì che si conosce davvero una persona. E’ difficile discutere altrove, forse sul divano per litigare, invece davanti a un piatto di pasta o un bicchiere di vino è diverso. Per far ridere mi devo divertire io, altrimenti non lo faccio. Sono due anni che non doppio un film, perché dopo Titanic non ho trovato la storia giusta».
Quindi si ispira alla vita quotidiana per il suo spettacolo?
«Non salgo mai sul palco come Marco Papa, eccetto al momento della presentazione. In Abruzzo ci sono tutti comici solisti, invece io faccio cabaret da anni accompagnato da Matteo Laudadio perché ho sempre avuto bisogno di una spalla. Davanti al pubblico mi trasformo in decine di personaggi: sono tutte figure stralunate, assurde, particolarmente buffe. Sono comici fuori dalle righe che non parlano mai né di politica e né di altri problemi, ma sanno dire cose intelligenti».
Ci faccia qualche esempio.
«C’è Giustino Rapagnetta che risponde ai quiz, con Matteo che interpreta il presentatore. In questo percorso emergono fobie, ansie e paure: tutte caratteristiche che può avere una persona. Poi c’è Cetteo Silvestri che è il cuoco della Nazionale e del Pescara calcio».
Quale comico riesce a farla ridere?
«Mi piace molto Giacobazzi perché ha una comicità vicina alla vita quotidiana. Poi è emiliano e mi piace tantissimo quando parla con quella cadenza particolarissima. Sa affrontare tematiche che gli altri non affrontano, eppure sono lapalissiane, e sa percorrere strade non ancora battute».
Dei comici locali invece chi preferisce?
«Mi faccia un’altra domanda».
Cosa ne pensa delle critiche ai comici durante il festival di Sanremo?
«Il festival non l’ho visto, non potrei giudicare».
Ci dica allora cosa ne pensa dei programmi tv come Zelig, Colorado o Made in Sud.
«Non guardo né Zelig e né Colorado. Made in Sud poi è peggio che andar di notte. L’unica concessione è quando c’è Giacobazzi».
Non li guarda perché non le piace quel tipo di comicità o c’è dell’altro?
«So bene come funziona il meccanismo e non mi piace. Far ridere in 4 minuti per me non rappresenta la vera comicità. Io questi comici li conosco tutti: dopo 7 anni su e giù per l’Italia ho visto i loro agenti e so cosa si abbassano a fare per lavorare. Per guadagnare si è costretti a scendere a brutti compromessi, soprattutto quando si è ragazzi».
Che cos’è per lei la risata?
«Sono anni che faccio questo lavoro, ma i meccanismi della risata restano un mistero, sono sconosciuti anche al comico. Noi italiani siamo bravi a estrapolare il comico da tutti i contesti. Il popolo ci ride, anche se spesso si dovrebbe incazzare realmente. Insomma, di questi tempi non si può fare altro che ridere delle nostre disgrazie».
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