«Io, due volte figlio d’arte e due volte orfano»

16 Maggio 2019

Emanuele Salce – Premio Penne per gli Scrittori dal cinema – all’università di Chieti per ricordare il padre Luciano

CHIETI. «Sono un ibrido, come va di moda oggi», ironizza con eleganza Emanuele Salce, la voce gassmaniana, profonda e severa com’era nelle corde del Mattatore per eccellenza, il grande Vittorio Gasman suo padre acquisito (sua madre, Diletta D’Andrea, dopo la relazione con Luciano Salce, suo padre naturale, divenne la quarta e ultima moglie di Gassman).
L’ironia di Emanuele, quel suo disincanto nel dirsi «due volte figlio d’arte e due volte orfano» sono quelli di Luciano, umorista gentiluomo, interprete originale della commedia all’italiana del dopoguerra. «Il mestiere dell’attore è terapeutico», aggiunge Emanuele, «puoi fuggire da te oppure scavarti dentro. Per me la seconda, alla soglia dei quarant’anni è diventata una professione, quando mio padre non c’era più e anche Vittorio se n’era andato. Un cammino sconsiderato ma appassionante». Emanuele Salce si è raccontato martedì pomeriggio al Campus dell’Università D’Annunzio di Chieti, dopo aver ritirato in mattinata il Premio Penne per gli Scrittori dal cinema, innovativa espressione dello storico premio internazionale rinnovato dal connubio con l’ateneo abruzzese che ha così voluto celebrare il trentennale dalla morte di Luciano Salce.
Un personaggio eclettico, senza rete, protagonista della commedia all’italiana in un momento difficile ma felice della storia repubblicana, eppure ingiustamente dimenticato si è detto a più voci nella sede accademica. «Un atto dovuto ricordare mio padre», ha incalzato Emanuele, «la memoria non sembra cosa conveniente in questo Paese».
Invitato dai docenti Gian Piero Consoli e Antonio Sorella (direttore scientifico del “Penne”), Emanuele ha raccontato il successo crescente, «quattrocento repliche in dieci anni», del suo spettacolo “Mumble mumble, ovvero confessioni di un orfano d’arte”, scritto insieme al critico Andrea Pergolari «rovistando nei cassetti del passato, riportando a galla ricordi e frammenti di vita più e meno noti». La sua consapevole «catarsi», «un contributo alla memoria finora taciuta», il paradossale racconto della propria condizione di orfano da due padri prestigiosi ma ingombranti, immortalati anche nel documentario “L'uomo dalla bocca storta” e nella monografia Luciano Salce: “Una vita spettacolare”, scritti a 4 mani con Pergolari . «Sono cresciuto sin dall’età di 2 anni in casa di Vittorio. Un rapporto complicato di rivalità per contenderci la donna, mia madre, sua moglie, andato avanti così fino ai miei 18 anni», ha detto Emanuele al Centro, «poi recuperato, soprattutto negli ultimi anni di vita di Vittorio. Un rapporto di grande vicinanza che come un viaggio importante mi ha insegnato che gli uomini possono crescere, tornare sui loro passi e correggere gli errori commessi».
«Ho vissuto con Alessandro (Gassmann, figlio di Vittorio con l’attrice francese Juliette Mayniel, ndc) anche se lui con sua madre e io con mia madre e suo padre, ci vediamo poco, non abbastanza come vorrei, è una delle persone a cui voglio più bene. Sono molto legato anche a Jacopo (Gassman, ndc), mio fratello di sangue (stessa madre, ndc) che ora calca il palcoscenico».
«Di Luciano Salce», ha sottolineato Consoli, docente di Storia e critica del cinema «resta indelebile il ricordo dell’eleganza e l’ironia dell’uomo con la bocca storta, deformazione somatica dovuta al brutto incidente d’auto occorsogli in gioventù, e soprattutto conseguenza della sottrazione della protesi d’oro alla mascella durante la prigionia nei campi tedeschi. Di questa menomazione Salce seppe fare un tratto distintivo, quel ghigno sarcastico che lo rese indimenticabile. A riprova del suo eclettismo fu anche autore di canzoni, che firmava con lo pseudonimo di Pilantra, bricconcello».
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