Jimmy, Otto e Huls in lotta per la salvezza

Il primo capitolo: «Si scaraventarono giù dai vagoni appena si arrestò il convoglio che li aveva portati a Lubiana»
La stazione di Drenov Gricˇ aveva l’aspetto di una ridente baita di montagna. I quarantatré ragazzi di entrambi i sessi, tra i sei e i diciott’anni, guidati dal biondo madrich (maestro) Josef Indig, si scaraventarono giù dai vagoni appena si arrestò il convoglio che li aveva portati da Zagabria a Lubiana e poi da Lubiana a quella fermata del treno. Erano eccitati e facevano un incredibile baccano. «Ce l’abbiamo fatta! Eccoci. Siamo arrivati!» gridavano i più grandi come se ci fosse stato qualcuno ad aspettarli. Ma non c’era nessuno. Intorno c’era solo un gran silenzio. Indig, preoccupato, intimò comunque di tacere. Si era augurato di trovare qualcuno ad accoglierli ma non si vedeva nessuna macchina, nessun viso amico.
Jimmy, Otto, Huls, i più maturi ma anche i pù ribelli, non si persero d’animo: si avviarono correndo lungo la strada in salita, fiancheggiata da abeti. S’inseguivano e ogni tanto si rotolavano sul declivio erboso, ignorando gli ammonimenti di Josef. Il ventitreenne madrich, nato nella cittadina croata di Virovitica, vicino al confine ungherese, era un capogruppo fin troppo disponibile e attento alle richieste dei suoi «bambini», come mentalmente li chiamava di tanto in tanto anche se alcuni di loro erano già degli adulti. Dopo le recenti vicissitudini, la sua espressione e il suo viso erano quelli di un uomo maturo. Però ogni tanto s’illuminava e ridiventava un coetaneo di quei discoli che si era assunto l’incarico di portare in salvo. Nonostante la giovane età, era consapevole che serviva il pugno di ferro con la truppa che passava dalle risate al pianto con incredibile facilità. A nove 10 anni Josef, convinto dalla sorella, era entrato a far parte della Giovane guardia, l’associazione giovanile sionista di ispirazione laica e socialista. A quattordici anni era già menahel (capo pattuglia), con il compito di guidare un gruppo di ragazzini più piccoli, e a venti madrich, la guida dei giovani ebrei della sua città, e poi membro della direzione nazionale per la Jugoslavia, quando il Paese era ancora libero e unito.
«Comportati da bravo chaluz», gridò Indig a Ehud, un ragazzo dai capelli ondulati che si allontanava, spariva e riappariva nel bosco come un elfo. «Non so cosa vuoi dire, compagno Indig», gridò da lontano Ehud. Aveva capito benissimo, però detestava l’associazione sionista di cui aveva fatto parte a Berlino e non accettava di comportarsi da zelante «pioniere».
«Non fate chiasso, siate guardinghi come a Zagabria, dividetevi», cercò di imporsi Indig.
Figlio di David, cantore della sinagoga di Osijek, in Croazia, dove si era trasferita la famiglia, prima di diventare il responsabile di quella masnada Indig aveva terminato il liceo e poi era stato assunto come apprendista meccanico in una piccola officina nei pressi del fiume Drava. Voleva imparare un mestiere da praticare nel kibbutz, quando fosse arrivato in Palestina. Poi – per caso o forse come diceva lui stesso «per volontà di Dio» – si era trovato a guidare quel piccolo esercito di bambini e di adolescenti. E l’8 luglio 1941 da Zagabria era approdato con la sua irrequieta banda nella Slovenia meridionale. I giovani lo rispettavano, gli erano attaccatissimi, ma non sempre seguivano i suoi ordini. Provenivano da Berlino, Francoforte, Lipsia, Amburgo, Kiel, Vienna e Graz e da altre città più piccole della Germania e dell’Austria ma anche dall’Ucraina, Cecoslovacchia, Croazia, Ungheria e Polonia; avevano storie personali molto diverse ma anche molto simili, erano accomunati da una grande sofferenza che a tratti traspariva dai loro sguardi.
Procedevano a passo spedito, stanchi ma concentrati, quando dopo una svolta si staglio` sul fianco della montagna la loro meta. Era un maniero imponente, il Castello di Lesno Brdo, vicino al villaggio di Horjul. Si trovava a diciotto chilometri da Lubiana, nella Slovenia occupata dagli italiani nella primavera del 1941 con la «guerra d’aprile» scatenata contro la Jugoslavia dalle potenze dell’Asse.
Il Castello distava quattro chilometri dalla stazione ed era un tozzo edificio di pietra con un grande stemma sulla facciata principale. Davanti al portone in legno massiccio i primi arrivati si fermarono incerti. Era semplicemente accostato e il sole al tramonto gettava una lama di luce nel corridoio immerso nell’oscurità. Entrò Jimmy, furbo e cauto, lo seguì Otto, compassato come al solito. Huls, con l’aria indecifrabile, ed Ehud, con il ciuffo sugli occhi, cominciarono ad avanzare a tentoni.
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