L’Abruzzo in guerra, terra di libertà

In un libro di Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta le storie e i personaggi del terribile biennio 1943-45
PESCARA. Dei libri di Mario Setta e dell’attività da pubblicista e giornalista di Maria Rosaria La Morgia i lettori del Centro sanno, per averne letto più volte su queste pagine. Si tratta non solo di storia, di celebrazione di ricorrenze o di rievocazione (parola assai bella nel suo etimo medianico, più che mediatico, indicante un chiamare a sé altre esistenze attraverso la scrittura): si tratta, propriamente, di restituzione d’identità. Importantissima per l’Abruzzo. Così avviene in questo nuovo libro a firma di entrambi, intitolato “Terra di libertà – Storie di uomini e donne nell’Abruzzo della seconda guerra mondiale” (edito a fine anno da Tracce - Fondazione Pescarabruzzo, p. 195, con presentazione di Nicola Mattoscio e prefazione di Elena Aga Rossi), che presenta la struttura più preziosa, articolata in dirette testimonianze di una folla di attori e cioè di esseri umani coinvolti in quella tragica pagina di settant’anni fa, nel 43-’45, con l’Italia in piena crisi istituzionale, nello sbando del “tutti a casa” e del fare i conti con un irrisolto passato che riaffiorava dopo la parentesi del ventennio fascista, da cui era stata precipitata nel secondo conflitto mondiale; e, ancora, con l’Italia della non dichiarata guerra civile, dei bombardamenti, delle stragi tedesche, dei morti, della fame, delle macerie, della sofferenza.
Chi sono gli attori che, nel libro di La Morgia e Setta si agitano sul palcoscenico di questa scespiriana tragedia? Sono nomi a volte importanti, a volte sconosciuti: tutti partecipi di un destino che azzera o eleva, esalta o umilia, ma tutti restituisce alla dignità d’interpreti, pagina dopo pagina, del dramma. Le testimonianze vengono dall’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, sorpreso dall’armistizio qui in Abruzzo, come dall’ufficiale inglese Lionel Wigram, che pochi conoscono, fuggito dal campo di Fonte d’Amore sopra Sulmona; da Carlo Troilo (intervistato da Ettore Troilo) costitutore della resistenza armata della Brigata Maiella, come dall’unica piccola sopravvissuta della strage di Pietransieri del ‘43, Virginia Macerelli, all’epoca bambina, oggi quasi ottantenne; da scrittori, pensatori, intellettuali famosi come Guido Calogero, Natalia e Leone Ginzburg, Alba de Cespedes, Jack Goody, Roger Absalom (alla cui memoria il volume è dedicato), come da martiri il cui nome sarebbe o ignoto o negletto se non ci fosse un libro come questo a ricordarlo: il pastore Michele Del Greco, fucilato dai tedeschi, il primo martire militare Ettore Corti, i tanti prigionieri inglesi fuggiti dal campo di prigionia presso Sulmona: nomi di stranieri vivi e in gran parte non più vivi, quali John Furman, William Simpson, Rodney Hill. Un nome che campeggia tra tutti: John Verney, familiare a chi ha letto il libro di due anni fa di Mario Setta “Un pranzo di erbe” che vede protagonista quest’uomo dalla straordinaria vitalità e spregiudicatezza, quest’uomo dalle sette vite, il quale dichiara: «Quasi tutto quello che è stato importante per la mia vita lo devo alla guerra. Stavo per aggiungere: all’Abruzzo».
Grande tributo, dunque, di amore per l’Abruzzo, il libro Terra di libertà; splendido nella sua trattenuta commozione; prezioso, dal punto di vista storico, per l’amorosa coltivazione, che attua, di frammenti della memoria; impossibile da lasciare dalla prima all’ultima delle 35 testimonianze. Ad esse si addirebbero i versi del poeta Dylan Thomas - un anglosassone, legato per altri versi all’Abruzzo, che di una terra desolata finalmente libera dal male, paragonando la sua rifioritura a un parto, scrive nella celebre “E morte non avrà più alcun potere”,: «Teste di nuovi esseri verranno fuori tra le margherite/ irrompendo alla luce del sole finchè il sole si arrenda/e morte non avrà più alcun potere».
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