«L’Abruzzo è terra benedetta da Dio Qui ho amici veri»

Appuntamento con gli Stadio stasera a Pineto «Suonare sui tetti di Bologna è stato magico»
PINETO. «L’Abruzzo è un posto meraviglioso in cui c’è tutto quello che il buon Dio c’ha regalato, è piccolo ma ricco di cose». Un rapporto particolare e molto intenso lega Gaetano Curreri all’Abruzzo e questa sera dalle 21:45 il cantautore romagnolo cercherà di rinsaldarlo ulteriormente all’Arena Parco della Pace di Pineto, dove gli Stadio con lo spettacolo (sold out) “Voi con Noi” riproporranno i loro grandi classici nell’ultimo appuntamento del cartellone “A Pineto il Sabato è uno Spettacolo”. L’evento è organizzato dal Comune con l’associazione Le Ombre, presieduta dall’imprenditore e biologo Silvio Brocco e diretta dal musicista Morgan Fascioli.
Curreri, assieme agli altri componenti dello storico gruppo di scuola bolognese Andrea Fornili e Roberto Drovandi, ha deciso di esibirsi a un cachet contenuto in modo da consentire agli organizzatori di poter sostenere le spese e di favorire la ripartenza dei concerti post-pandemia.
Curreri cosa le ha lasciato il periodo del lockdown?
Ho imparato che il bene di tutti va salvaguardato per avere un mondo in cui le persone sperano di essere felici. Dal punto di vista dell’ispirazione non mi aveva lasciato niente ma a distanza di tempo mi rendo conto che qualcosa mi è rimasto, perché ho la consapevolezza che la libertà è qualcosa che va gestita con un occhio di riguardo verso il prossimo.
Gli Stadio sono ripartiti da un concerto sul tetto dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna. Che esperienza è stata?
Molto significativa. Essere lì per il personale sanitario ci ha permesso di restituire un poco di quello che loro avevano dato. Devo dire inoltre che in quella serata sembrava che Bologna si fosse fermata per ascoltare il nostro concerto, c’era un’atmosfera intensa che l’ha resa una notte magica e piena di speranza.
Qual è il più grande insegnamento che le ha lasciato Lucio Dalla?
Guardare al futuro con una grande attenzione per quello che già si è. Ho un ritratto di Lucio nel mio studio, proprio davanti al microfono col quale canto e faccio i miei provini: lui ha un’espressione col suo ghigno tipico che sembra volerti dire “Tu sei diventato quello che sei diventato, ma ora pensa al futuro che potrebbe essere migliore di quello che hai già vissuto”. In questo momento è un insegnamento che serve molto.
Altro suo amico: quali sono i pregi di Vasco Rossi?
L’energia, l’onestà e soprattutto la genialità: qualsiasi cosa si mette a fare gli riesce bene grazie al suo talento, ma anche perché la fa con grande determinazione e laboriosità; perché Vasco è un grande lavoratore ed è estremamente onesto con tutte le persone che lo circondano, che stima e alle quali vuole bene. Io sono una di queste, grazie a Dio.
Cosa ha rappresentato invece per voi la vittoria a Sanremo nel 2016?
Una grande soddisfazione per noi e i fans che ci sono stati vicini in questi anni. La gioia più grande è stata sapere di averla condivisa con altre persone che ti vogliono bene. Ci ha insegnato che non bisogna mai mollare, perché abbiamo vinto trent’anni dopo essere arrivati ultimi. Bisogna essere convinti di quello che si fa se ci si crede, perché prima o poi il premio arriverà.
Che rapporto ha con l’Abruzzo e cosa prova ogni volta che vi torna?
È la terra di amici cari che hanno fatto in modo che io abbia un legame forte con questa regione. Mi basta dire che la persona che cura la mia gola è un grande luminare abruzzese come Livio Presutti: per me è come il meccanico per una macchina da corsa. Altro grande amico è stato il compianto giornalista, proprio del Centro, Paolo Antonilli, col quale ho condiviso il servizio militare. Lui escogitò l’impossibile pur di aiutarmi a fare in modo che andassi a fare “Banana Repubblic”, la tournée del 1979 con Dalla e De Gregori grazie alla quale mi sono poi lanciato nel mondo della musica. Per me è stata una perdita enorme, ci vedevamo tutte le volte che venivo in Abruzzo.
In tanti ricordano il concerto degli Stadio con una temperatura polare nel tendone di Piazza Duomo all’Aquila poco dopo il sisma del 2009. Cosa le evoca quell’esperienza?
Il terremoto dell’Aquila ha sconquassato il nostro Paese. Peraltro ogniqualvolta sento nominare Il Centro la mia mente corre al vostro collega Giustino Parisse, che nella tragedia ha perduto i figli. Ho visitato molte volte la città nel periodo immediatamente successivo ed ho appunto anche suonato sotto una tenda. È stato riconsegnato in questi anni agli aquilani un palliativo di vita ma non la vita vera e propria, non avendo più potuto vivere il centro storico ed essere partecipi di una quotidianità legata alla loro appartenenza: è terribile, speriamo bene per il futuro.
A proposito di speranza e futuro, quali sono i vostri progetti per i prossimi mesi?
Sicuramente scrivere canzoni nuove che possano essere portate in giro, speriamo al più presto possibile. Stiamo facendo questi concerti anche per aiutare quei ragazzi che lavorano attorno alla musica, che vivono in un settore che sta patendo una grande crisi per via di questo maledetto coronavirus, che non possiamo far finta che non ci sia. Occorre impegnarsi per sconfiggerlo, non mollare e prima o poi vinceremo anche in questo ambito della vita il nostro “Festival di Sanremo”.
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