L’amore appeso ad un filo

28 Luglio 2015

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C’è a chi piacciono i piani alti, io preferisco i sotterranei.

Sono nata in un desolante attico luminoso di una Città che Nonna descriveva un tempo ricca di vita, di insetti volanti e striscianti.

“Chiedi alla polvere!” mi replicava stizzita stanca dell’incredulità mia e delle mie venti gemelle. “Chiedi alla polvere, che tramanda i ricordi e li trasporta nel vento!”.

Era lo sfogo di una vecchia trentenne sul punto di diventare polvere a sua volta.

Mi chiamo Necessità e sono un aracnide femmina.

Vivevo sola, l’ultima sorella è morta di insetticida come tante di noi, altre di morte violenta. Voi come avreste preferito andarvene?

Il ragno che abita un attico lindo ed esposto al sole sopravvive soffrendo: niente licheni, niente insetti. Fame e solitudine.

Perché non me ne andavo da lì? Perché noi femmine apparteniamo agli umani della nostra stirpe: io a quest’Uomo, così come le mie ave ai propri.

Ed ero rimasta l’ultima, stavo per cedere e andarmene da Lui e invece... invece andò così.

All’alba mi rifugiavo tra i faldoni per sfuggire a una donna bionda, malaticcia e negligente.

Poi arrivava Lui e i giorni più fortunati e grassi erano d’inverno, quando appendeva il suo Burberry di cashmere: allora mi precipitavo sotto il colletto per raccogliere il mio unico alimento.

All’inizio la forfora mi sembrava insipida e un cibo da acari, ma col tempo ne scoprii le sfumature di umore e qualità.

Per esempio mi accorgevo che la desquamazione durante i periodi di superlavoro era abbondante, ma secca e poco nutriente. Quella che seguiva un litigio con la sua Compagna era ancora più copiosa, ma amarissima e la rifiutavo - preferivo il digiuno.

Le stagioni trascorrevano solitarie, la sera e nei weekend sedevo sulla vetrata dietro la sua scrivania. La brezza rinfrescava le pareti trasparenti dello studio, ma non poteva suonare le tele vuote che ormai tessevo solo per noia.

Con languore – ma più spesso con rabbia - vedevo passare a poca distanza le colonie dei ragni volanti migrare sostenute dal vento e io, a sei anni ancora vergine, sentivo l’ovario pulsare di un desiderio indecente.

Un tardo pomeriggio l’Uomo e la sua Compagna litigarono furiosamente.

Non era la prima volta ma questa fu di troppo, Lui afferrò il cappotto e scappò in strada.

Io non feci in tempo a staccarmi e partii con Lui.

Camminò a lungo senza direzione, entrò in una taverna, si sedette gettando il cappotto sulla sedia e fui sbalzata via.

Mi arrampicai velocemente lungo un ombra fin dov’era più scura.

Lei uscì dal retrobottega scusandosi, Lui non se ne accorse, Lei si ripeté.

“Buonasera” gli sorrise e “Buonasera” fu la risposta.

“Prende qualcosa? Non è rimasto molto.”

Si accorse che gli espositori erano scarni, poi guardò la Donna. Poi l’enoteca deserta.

Non era il suo genere di locale – ma si sentì sereno e chiese se poteva cenare.

La Donna gli raccontò che non faceva “…una vera e propria cucina e poi chiudo prima stasera. Però mi stavo preparando dei sandwich da portare a casa. Sa, li faccio tanto per non buttarli...” forse non doveva dirlo, pensò.

“Ah sì, certo.” gli sgranò Lui.

“Cioè, volevo dire”

“Ma sì certo capisco – faccio così anch’io (ma cosa dico?!)”

“Ha un bar anche Lei?”

Lui ci pensò quel poco perché Lei uscisse con qualche panino assortito. Gli chiese se beveva vino.

“Sì” rispose.

“Sì hai un bar o sì bevi vino?” appoggiò i panini sul tavolo e sedette di fronte a Lui.

Continuarono a parlare per diverso tempo.

Appesa sopra di loro osservavo Lei diventare sempre più confidenziale, Lui accarezzarsi delicatamente l’alopecia.

Ogni tanto la Donna rideva, ogni tanto l’Uomo si alzava e cambiava una bottiglia con un’altra.

Lei protestava ma assaggiava, Lui si dava arie da intenditore.

“Adesso devo tornare a casa.”

“Sei sposato?”

Non rispose.

“Io non più.”

L’Uomo si guardò le scarpe.

“Mi hai fatto passare una bella serata, sai? Adesso fammi chiudere” e lo accompagnò fuori a braccetto.

“Ti aiuto con la saracinesca?”

“No, chiuderai tu un’altra volta. Ok?”

“Ok!”

La sera dopo lo invitò nella cantina, deliziosa, umida e scura. Era un paradiso: le tele degli Aracnidi nel sottoscala e fra le bottiglie ondeggiavano di incontri amorosi.

Il mio Uomo e la sua Donna ridevano, sospiravano, brindavano e si scambiavano sorsi profumati intrecciando prima le labbra e infine i corpi.

Mentre li osservavo incantata nella penombra rossastra, fui sorpresa da una decina di maschi. Non so chi si prese la mia verginità.

Da allora avrei potuto smettere con la forfora perché la cantina era una riserva di caccia inesauribile, però adesso le bianche scaglie avevano il sapore inebriante e vitale del mosto e del sesso.

Ma il pericolo era vicino: la sua Compagna aveva scoperto la tresca, frugando nelle sue cose e pagando degli investigatori.

Dal colletto la vedevo seguirci e quel giorno era pronta a sorprenderci in cantina.

Non potevo perdere tutto e la felicità del mio Uomo era anche la mia: mentre si precipitava dalle scale della cantina per sparare agli amanti, mi gonfiai, rizzai il pelo e sibilando mi scagliai fra i suoi occhi.

S’irrigidì, urlò, cadde, rovesciò uno scaffale di Montepulciano d’Abruzzo.

Fu raccolta per strada armata e ubriaca, sparava a ragni immaginari.

Oggi è ancora internata con il delirium tremens.

Io invece vivo felice in cantina, attendo che il mio Uomo scenda a spillare vino e amore.

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