L’Aquila torna protagonista della Visitazione

4 Marzo 2020

Uno studio sulla committenza dei Branconio ridata l’opera di Raffaello in mostra a Roma

L’AQUILA. Riaffiora anche un pezzo di nobile storia aquilana nella grandiosa mostra “Raffaello 1520-1483” che apre domani a Roma, nelle Scuderie del Quirinale, a 500 anni dalla morte del sublime pittore e architetto urbinate, genio del Rinascimento.
Nell’esposizione, la più ampia mai dedicata a Raffaello Sanzio, con opere prestate da musei e istituzioni di tutto il mondo, è mostrata una pala d’altare arrivata dal Prado di Madrid. È la “Visitazione”, dipinto a olio di Raffaello e aiuti, datato 1517 circa. La grande opera (2 x 1,5) raffigura la visita di Maria, dopo l’annuncio dell’angelo, alla cugina Elisabetta, che porta in grembo Giovanni Battista. La pala fu commissionata a Raffaello dalla famiglia aquilana Branconio per la cappella nella chiesa di San Silvestro, a L’Aquila, dove rimase fino al 1655.
Anno in cui il dipinto fu tolto alla chiesa e finì nelle collezioni reali spagnole, su pressione di Filippo IV e col benestare di papa Alessandro VII. Gli aquilani cercarono, vanamente, di opporsi alla partenza della “Visitazione”, poi rimpiazzata da una copia. Il capolavoro aquilano arrivò al museo madrileno del Prado solo a metà Ottocento dopo una parentesi al Louvre. E dal Prado ora torna in prestito in Italia, per la mostra alle Scuderie aperta fino al 2 giugno.
Nella storiografia d’arte la committenza della “Visitazione” è stata attribuita a Giovanni Battista Branconio, orafo molto noto a Roma, cameriere pontificio di Leone X e amico di Raffaello, nonostante l’iscrizione alla base del dipinto identifichi invece in suo padre Marino il committente. Ricerche recenti condotte dallo studioso aquilano Francesco Desideri su carte inedite restituiscono valore all’iscrizione. «La storiografia dedicata al dipinto è stata caratterizzata, già dal 1625, da profonde imprecisioni sul nome del committente», spiega al Centro Francesco Desideri, che lavora da anni alla Royal Academy of Arts di Londra, nel Development Department, oltre a collaborare con le Tate Galleries e svolgere attività di curatore freelance. L’iscrizione alla base della pala recita “Raphael Urbinas F” e “Marinus Branconius F F”, vale a dire Raphael Urbinas Fecit (fece) Marinus Branconius Fecit Fieri (fece fare). «Nonostante l’iscrizione identifichi con Marino Branconio il committente, il nome è stato erroneamente sostituito con quello del figlio, il più noto Giovanni Battista», continua lo studioso. «Già nell’epitaffio posto alla base del monumento funerario a Giovambattista, eretto durante l’ultimo intervento strutturale e decorativo della cappella Branconio in San Silvestro nel 1625, la sostituzione fu erroneamente ufficializzata e, di conseguenza, tramandata fino a oggi. Nessuno prima d’ora si è preoccupato di verificarne la veridicità attraverso la ricerca documentaria. Piuttosto si è tentato di adattare le poche fonti disponibili a supporto dell’identificazione non corretta. Fuorviando la corretta lettura del contesto storico, sociale e devozionale della committenza da una parte, e l’interpretazione iconografica dell’opera dall’altra».
L’indagine di Desideri si è concentrata sull’Archivio di Stato dell’Aquila, dove lo studioso ha trovato carte inedite. La ricerca documentaria ha riportato alla luce un gran numero di atti notarili, tra i quali i due testamenti di Marino Branconio.
L’esito delle ricerche è nel recente articolo pubblicato da Desideri, in spagnolo e italiano, sul numero 54 del Boletín del Prado, dal titolo “La Pala della Visitazione di Raffaello e la committenza Branconio. Documenti inediti”, che definisce la vera identità del patrono, offre un arco di tempo limitato per la corretta datazione del dipinto, e rende pubbliche le carte inedite. «Aprile 1517 è il terminus post quem per la corretta datazione, poiché coincide con la data del testamento in cui compare la richiesta per il dipinto», precisa Desideri «Poiché non si sono trovati documenti relativi alla consegna del quadro o al suo arrivo all’Aquila, stilisticamente si tende a suggerire la datazione 1517-19. Una volta identificato in Marino il committente, la ricerca ne ha ricostruito il profilo storico, saldamente ancorato agli eventi della storia cittadina tra la fine del ’400 e il primo trentennio del ’500, chiarendo le motivazioni personali e le implicazioni sociali legate alla committenza dell’opera», continua lo studioso. «Dal punto di vista iconografico la ricerca, raccogliendo precedenti pubblicazioni accademiche, l’ultima del 2013, e contestualizzandole coi preziosi ritrovamenti d’archivio, ha analizzato lo studio delle fonti e l’interpretazione delle stesse, con riferimento all’attività creativa di Raffaello e del suo circolo e alla cultura rinascimentale antiquaria romana di quegli anni». Probabile una presentazione alle Scuderie dell’articolo di Desideri sul Boletìn, intanto spedito dal Prado all’Archivio di Stato aquilano e alla biblioteca Tommasi.
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