L’Assedio, romanzo di passioni e di guerre

3 Giugno 2018

Il nuovo libro di Graziani, ex parlamentare e protagonista di tante battaglie ambientaliste in Abruzzo

LANCIANO. C'è sempre una ragione per parlare, e scrivere, di amore. E se si tratta di un amore che scuote, ingarbuglia le viscere e i pensieri, che fa scalare montagne e pericoli, allora vale la pena di raccontarlo.
A 81 anni Enrico Graziani, professore, ex parlamentare, pittore, protagonista delle più grandi battaglie ambientali abruzzesi, racconta l'amore come un ragazzo. Nel romanzo “L'Assedio” (171 pagine, iRobin&sons Edizioni) l'amore non è però l'unico protagonista, ma si confronta con un altrettanto potente contraltare: la guerra. Eros e thanatos dunque. La guerra è niente meno che quella relativa alla conquista dell'Unità d'Italia. Il protagonista, l'alfiere Gabriele dell'esercito napoletano, vive i suoi due amori (l'uno per la candida Cinzia, figlia di un notabile e l'altro per Anna, passionale vedova di un ufficiale) nel mezzo di uno dei periodi più difficili e sanguinosi dell'era pre moderna. Tutto si svolge a Civitella del Tronto, al confine con lo Stato Pontificio e uno degli ultimi, orgogliosi, avamposti per la penetrazione delle truppe sardo-piemontesi.
Graziani, perché ha scelto una storia d'amore per il suo romanzo?
Perché sono della stessa opinione di Andrea Camilleri: la pace dei sensi non esiste. L'essere umano è quello che è perché vive di passione e di istinti.
Lei consegna una lettura critica del processo unitario, considerato troppo violento nei confronti delle popolazioni locali, che non hanno avuto il tempo di capire che l'Unità d'Italia sarebbe stata per loro una svolta positiva.
È in quel periodo che nasce la “questione meridionale”. Il regno dei Borboni era tutt'altro che il regno delle meraviglie. In quell'epoca l'alfabetizzazione nel Trentino riguardava il 35% della popolazione, mentre solo il 5% degli abitanti del Regno delle due Sicilie. Come può un popolo realizzare un qualche progresso se è schiacciato dalla fame, dall’indigenza e dall'ignoranza?.
Perché allora le popolazioni, aizzate dai briganti, si ribellarono a questo processo?
Perché volevano conservare lo status quo, erano spaventate da ciò cui stavano assistendo. La conquista fu sanguinosa, ci furono migliaia di morti. Il brigantaggio si sviluppò quindi come fenomeno endemico: si trattava di contadini disperati che ingaggiavano una dura lotta sociale, una rivolta disperata per la sopravvivenza. Se i piemontesi si fossero presentati con delle riforme, soprattutto quella agraria, prima che con le armi, le cose sarebbero andate diversamente.
Lei è stato protagonista di importanti battaglie ambientali, la Sangro Chimica di Atessa, la Forest Oil a Bomba, Ombrina Mare a Ortona. C'è ancora, negli abruzzesi di oggi, il bacillo della rivolta ad un sopruso?
Le cose sono cambiate, ma gli abruzzesi sono un popolo fiero. Se si consuma la propria vita a spiegare alla gente i pericoli di certe “invasioni” ambientali di quello che io chiamo il “capitalismo straccione”, perché è capace di tutto pur di accaparrarsi profitti e denaro, allora le persone capiscono e si ribellano come è successo in tante lotte ambientali.
©RIPRODUZIONE RISERVATA