L’attentato fallito a Hitler raccontato da Ben Pastor

26 Giugno 2019

La scrittrice di origini abruzzesi sarà domani a Teramo per il suo nuovo libro «La storia viene affrontata da una parte o dall’altra a seconda delle fonti»

«I romanzi servono a pensare attentamente alla realtà, anche personale. Offrono chiavi di lettura della storia, ma a volte si riesce ad apprendere qualcosa di utile per la nostra vita. Ogni romanzo è “ricreato” da chi legge».
E di romanzi storici, pubblicati da Sellerio, Frassinelli, Mondadori e tradotti in 13 lingue, la scrittrice italoamericana e docente universitaria Ben Pastor ne ha scritti tanti. Pagine in cui emergono la sua cultura classica e interessi eclettici. Storie avvincenti riconducibili a tre saghe con protagonisti accomunati dalla detection e dall'esistenza in mondi sul ciglio dell’apocalisse.
Nel ciclo di Praga il medico ebreo Solomon Meisl e il giovane militare Karel Heida dipanano intrecci gialli nella città magica alla vigilia della Prima Guerra mondiale. Nel ciclo di Elio Sparziano, lo storico e ufficiale di Diocleziano (il realmente esistito Aelius Spartianus) nel IV secolo è inviato ai confini dell’Impero a risolvere misteri e sventare cospirazioni contro Roma.
Nei 12 romanzi del ciclo di Martin Bora l’aristocratico ufficiale della Wehrmacht tra il 1939 e il 1944 smaschera spie e indaga su enigmatici furti e omicidi. Proprio l’ultimo romanzo con protagonista il tormentato ufficiale tedesco, “La notte delle stelle cadenti”, è domani al centro dell’incontro a Teramo (vedi box) con la scrittrice, romana di nascita e formazione, ascendenze abruzzesi a Bisenti, emigrata negli Stati Uniti dopo la laurea alla Sapienza (Lettere con indirizzo archeologico), oggi con un piede nell’Oltrepo pavese e l’altro nel Vermont. Ben Pastor, al secolo Maria Verbena Volpi (Pastor è il cognome del primo marito, ufficiale dell’aviazione americana), anticipa al Centro i contenuti dell’incontro “Il diritto e il rovescio della Storia”, partendo dal personaggio di Bora, ispirato all’ufficiale tedesco Claus von Stauffenberg, tra gli artefici dell’operazione Valchiria al centro del romanzo.
«Parto dal fallito attentato a Hitler del 20 luglio 1944 per riflettere su come la Storia venga raccontata da una parte o dall’altra, a seconda delle fonti. Bisogna sempre tener ben presente quali sono le fonti. Soprattutto oggi che dilagano le fake news. Una cosa è leggere una notizia in Rete, probabilmente falsa, altra cosa leggere la notizia certificata da un giornalista che ha fatto ricerche e verifiche. Per questo romanzo ho ascoltato i parenti degli attentatori del 20 luglio, mi sono basata sui loro racconti. Persone molto anziane che si preparano a celebrare il 75esimo anniversario dell’attentato, un momento importante per la Germania. Un romanzo può essere perfino più aderente alla verità di un libro di Storia».
Dopo 11 romanzi, in “La notte delle stelle cadenti” per la prima volta fa incontrare Bora e von Stauffenberg. Perché solo ora? «Si incontrano casualmente a una gara di equitazione una manciata di giorni prima dell’attentato. Nei precedenti romanzi volevo lasciarmi la libertà di sviluppare liberamente il personaggio di Bora. Martin e Claus non hanno la stessa visione dell’attentato, della sua efficacia e dei suoi rischi e conseguenze. Che furono terribili. Hitler si vendicò sulle famiglie degli attentatori, fu una specie di genocidio dell’aristocrazia colta» che vedeva meglio delle classi popolari la rozzezza e brutalità del regime. «Martin/Claus è espressione di una classe privilegiata e istruita che non si fa ingannare dalle riforme del nazionalsocialismo a favore delle classi povere, conquistate invece dal populismo del regime».
Lei scrive di soldati, di uomini in guerra. Cosa la spinge verso questi temi?
«Mi ha sempre intrigato il rapporto degli uomini con tutto quell’apparato, l’esercito, gli ordini, la gerarchia, la disciplina. Quanto di più diverso da me, animalista, vegetariana, pacifista. Però, conoscendo molto bene il mondo delle donne mi interessa guardare quello degli uomini. Con sguardo da turista. Però le donne, pur non essendo protagoniste, nei miei romanzi non pèrdono mai».
Scrive in inglese. Il significante influisce su ideazione e contenuto?
«Totalmente. Scrivo in inglese per due motivi. Un motivo estetico e uno pratico. Chi lavora in maniera artigianale deve avere gli strumenti adatti: per me è la lingua inglese. Come il latino, unisce concisione ed eleganza formale. È una lingua più complessa di quel che si crede, con molti strati e sfumature, molti termini polisemantici. L’italiano, che amo, è una lingua antica appesantita dalle sue forme grammaticali e sintattiche. Inoltre l’inglese, ecco il motivo pratico, è molto parlato. Scrivere in inglese significa arrivare su molti mercati».
Kafka scriveva su taccuini minuscoli per abituarsi alla concisione. Il suo metodo di scrittura?
«Uso anch’io taccuini non grandi. Prendo appunti a mano sui notes. Lavoro circondata da libri su tre tavoli, cartine geografiche, mappe arrotolate. Scrivo direttamente sul computer già la stesura finale. Non ho mai un piano, una scaletta. Ma per ogni capitolo tutte le mattine, dalle 6.30, rivedo continuamente le frasi passo passo. È come una tessitura. La sera mi dedico invece alle ricerche. Non vado in ferie da due anni».
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