L’avventurosa storia del Liri e dei paesi d’acqua

Un saggio di Sergio Natalia ripercorre dal medioevo il rapporto tra il fiume e l’area delle due valli di Nerfa e Roveto lungo le quali sorgono nove comuni
Al Liri è da sempre legato il destino delle popolazioni che si sono insediate lungo i suoi argini. Nel suo ultimo libro "Paesi d'acqua", edito dalla Lcl di Avezzano, Sergio Natalia ripercorre, a partire dal medioevo, le tappe del rapporto tra il fiume e le comunità dell'Alto Liri. L'area è costituita da due valli contigue - Nerfa e Roveto - lungo le quali si adagiano i nove comuni rivieraschi: Cappadocia, Castellafiune, Capistrello, Canistro, Civitella, Civita d'Antino, Morino, San Vincenzo e Balsorano.
Il leitmotiv dell'opera, di oltre 400 pagine, è l'acqua. L'autore lo dice esplicitamente: «Il libro è una sorta di vagabondaggio intellettuale tra storia, geografia, antropologia, tecnica che ha come comun denominatore l'acqua». Dopo una riflessione generale sull'acqua, Natalia fa un'accurata descrizione delle sorgenti e degli affluenti del Liri: una sorta di atlante delle acque della Valle di Nerfa e della Valle Roveto. Ampio spazio è dedicato all'acqua intesa come fattore produttivo. Mulini e guachiere, nati grazie all'energia idraulica e presenti nell'area fin dal medioevo, acquistano notevole importanza nel periodo dei Colonna, quando le acque sono tutte di proprietà della potentissima famiglia romana. Con l'abolizione del feudalesimo, nel 1806, le acque vengono liberalizzate, ma su di esse mettono le mani le potenti famiglie locali, che vi costruiscono nuovi mulini e anche cartiere.
All'inizio del Novecento il modello di produzione tradizionale cambia radicalmente. Si afferma quello basato sull'utilizzo della tecnologia, che consente di abbassare i costi. «L'economia fordista», scrive Natalia, «è arrivata in questo remoto angolo appenninico, da sempre terra di pastori, legnaioli e briganti, grazie alle centrali elettriche che hanno portato progresso, lavoro, ricchezza e lotte sociali».
Il primo ad attivarsi è il principe Torlonia, che allo sbocco dell'emissario, sotto Capistrello, costruisce la prima centrale. Seguito da altri piccoli imprenditori e dalla Società romana. Tra i comuni rovetani e i proprietari delle centrali vi sono duri scontri sui canoni. Con la nazionalizzazione dell'energia elettrica, nel 1962, la gestione delle centrali - sei in tutta la Valle - passò all'Enel, ma il contenzioso sui canoni rimane ancora aperto. «Il rovescio dello sfruttamento dell'acqua», rileva Natalia, «è stato l'impoverimento del Liri a causa delle centrali e degli acquedotti; l'inquinamento del fiume, causato dagli scarichi che arrivano dalla piana del Fucino, attraverso l'emissario Torlonia, e la scomparsa dei gamberi un tempo numerosissimi nel fiume».
Si passa poi alle infrastrutture. In primo luogo i ponti: dalle piccole e malferme passarelle sul Liri ai ponti di legno e ferro di fine '800, ai ponti di cemento armato degli ultimi decenni del '900. L'argomento offre all'autore l'occasione di fare delle considerazioni sull'isolamento di molti comuni rovetani, perpetuatosi fino a non molti anni fa, e sulla viabilità. I comuni alla sinistra del Liri, spesso per la mancanza di guadi sicuri, rimanevano isolati per intere stagioni e in certi casi l'attraversamento del fiume si trasformava in tragedia. Seguono gli acquedotti, le fontane e i lavatoi pubblici. Grande attenzione è dedicata alla realizzazione dell'impianto di imbottigliamento della "Santa Croce", avvenuta nella metà degli anni Settanta, e alle vicende che ne sono seguite, fino all'attuale braccio di ferro sulla concessione tra la Regione e il Comune da una parte e l'imprenditore Camillo Colella d'altra. Infine la valorizzazione dell'acqua a scopi turistici. Con due importanti iniziative: la costituzione a Morino della Riserva naturale di Zompo lo Schioppo e la nascita a Canistro del parco della Sponga.
Nell'appendice, Natalia racconta la disastrosa alluvione di Canistro - paese dove è nato e di cui è stato sindaco - del 15 ottobre 2015. Quanto è accaduto si sarebbe potuto evitare. E non solo a Canistro. Scrive Natalia: «Non v'è dubbio: anch'io mi debbo addossare colpe e responsabilità e soprattutto rammaricarmi, perché in certi passaggi avrei dovuto, invece di mediare e soprassedere, ribaltare il tavolo».
Riflessione che debba servire da monito. Tutti i capitoli sono preceduti da strofe di canzoni per la maggior parte di cantautori italiani - da Capossela a Guccini, da Gaber a De Gregori, da Finardi a Fossati - collegate al tema trattato.
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