L’avventurosa vita di Aurora

27 Ottobre 2019

La vedova di Peter van Wood in un’autobiografia edita da Solfanelli

Ho giocato tre numeri al lotto cantava uno dei maggiori successi di van Wood: era un testo scritto dal suo socio musicale, Renato Carosone, e da lui arrangiato. Ed è così unico, nel rimandare a quell’età felice e a quella filosofia del vivere, che Aurora van Houten l’ha scelto per intitolare la sua “autofiction”, “Ho giocato tre numeri al lotto” (288 pagine, 20 euro), pubblicata dalla casa editrice teatina, Solfanelli. Già, van Wood: quanti oggi, sentendo questo nome, pensano all’olandese “napoletano d’adozione”, al chitarrista dall’incantevole, unico arpeggio, e non al cultore delle stelle personaggio fisso in televisione nei suoi ultimi anni? Scrive Maria Serena Palieri nell’introduzione: «Quando ho conosciuto Aurora il cognome van Houten che lei, sposandosi, aveva acquisito e col quale tuttora si firma nella sua attività di astrologa, era per me legato a due immagini: alle confezioni del cacao in commercio dal 1828, quei barattoli di latta decorati con l’effigie di una coppia di anziani e rubicondi olandesi; e al verso del gigante del futurismo russo, Vladimir Majakovskij che, giovanissimo, nel poema “Il flauto di vertebre” immaginava che a Mosca nel 1915, alla vigilia della Rivoluzione, un condannato a morte dal patibolo gridasse al pubblico della metropoli lo slogan “Bevete cacao van Houten”, assicurando così alla famiglia la pensione concordata con i capitalisti di Amsterdam». Ma incontrando Aurora il cognome col suo patronimico – “van” – acquista mille nuove sfumature… Perché Aurora, nata Della Camera, poi – primo breve matrimonio e precoce vedovanza – diventata Rescigno, infine van Houten, grazie alle seconde nozze con Pieter van Houten, rampollo della dinastia del cacao, in arte Peter van Wood, non ha vissuto una sola vita. Ne ha vissuto un’intera serie. Dall'infanzia in Molise, con un padre podestà, agli studi in Legge all’università partenopea Federico II popolata all'epoca solo da maschi, Aurora ci guida nella sua vita anticonformista. Donna dai costumi — anche sessuali — che anticipavano un paio di generazioni, giovanissima amante in anni di guerra di un partigiano e poi di un maggiore inglese. Ladra — sì, ladra — in viaggio di nozze, complice del suo giovane sposo, animatrice tra wagon lit e casinò, di un copione che Alfred Hitchcock avrebbe volentieri portato sullo schermo. Organizzatrice per la Rai delle prime selezioni per il Festival di Sanremo, e quindi arbitra della colonna sonora che accompagnava per dodici mesi l’Italia canterina. Aurora è stata anche una disegnatrice di gioielli portati alle dita e al collo di principesse monegasche e di mogli di sceicchi sauditi. Per Tiffany ha ideato una famosa collana con gli ovali, per Van Cleef e Arpels la “minudière” in oro, per Cartier le collane di perle con, speciali chiusure, conchiglie ornate di diamanti. Ruggero Orlando, il famoso corrispondente della Rai dagli Usa, era un suo estimatore e di lei diceva sempre: «Quando morirò, questa donna mi coprirà la bara di rubini e smeraldi». Inventrice di locali , manager riverita sull’Espresso. Astrologa (ha tenuto per anni una rubrica su Harper's Bazaar), amica delle star di Hollywood, avrebbe poi aperto a Roma, a piazza Cola di Rienzo, un locale che si chiamava Bellezza Bar. Antesignana della moda bio e dei trattamenti olistici. Cos’altro? E’ Aurora stessa, in queste pagine, a parlare di sé come d’una Moll Flanders. Non fosse che nel bel mondo lei ci è nata: non ha dovuto delinquere come l’avventuriera di Defoe per avervi accesso. (a.p.)
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