L’esperienza del tempo? È un crampo mentale

Il libro di Luigi Cimmino, “Tempo ed esperienza. Intenzionalità, azione, filosofia del tempo”, (Edizioni Aguaplano, Perugia, 2020) è un grande libro, ma molto difficile. Non consiglio di leggerlo a...
Il libro di Luigi Cimmino, “Tempo ed esperienza. Intenzionalità, azione, filosofia del tempo”, (Edizioni Aguaplano, Perugia, 2020) è un grande libro, ma molto difficile. Non consiglio di leggerlo a chi non abbia consuetudine con la filosofia, anche perché alla fine della fatica di leggere 600 e passa pagine, ne ricaverebbe un succo che già conosce e cioè che il tempo per noi è l’esperienza che ne facciamo. Consiglio di leggerlo invece a chiunque intenda accrescere la propria capacità di pensare con chiarezza. La maggiore difficoltà del libro sta nell’intenzione di Cimmino di non avvalersi del sostegno della storia, della società e di ogni appiglio esterno alle argomentazioni e costringe chi legge al rigore che ha imposto a sé stesso nel cimentarsi con la nuda forza delle argomentazioni. Ritengo sia importante segnalare questo libro perché temo stia accadendo per i libri un darvinismo sociale rovesciato, com’è accaduto per la selezione delle classi dirigenti, e il fascino del finto pensatore scaccia il buon pensare e il ben scrivere.
Baldissera Di Mauro
di LUIGI CIMMINO *
Al paragrafo 173 delle Osservazioni sulla filosofia della psicologia Ludwig Wittgenstein riporta una strana indicazione: «che il pensiero sia già bell’e fatto all’inizio della frase». La frase è di William James, il fratello dello scrittore, e non sembra che allo psicologo e filosofo americano sia concesso gran spazio nelle Ricerche filosofiche, l’opera destinata da Wittgenstein alla pubblicazione: che anche il grande austriaco mettesse volutamente la sordina ai suoi autentici ispiratori? Ma perché James ispiratore? Che portata può mai avere una osservazione del genere; più che intuizione filosofica sembra una battuta di Ionesco, da teatro dell’assurdo.
Beh, se letta la paginetta che sto scrivendo Tizio dichiara: “non credo si capisca nulla”, molto banalmente quando dice “non” non dice ancora “credo”, e quando dice “nulla” non dice più “capisca”: le parole, anzi le lettere, si succedono nel tempo e ciascuna parola, a maggior ragione le lettere, non significano nulla al di fuori della frase nella sua interezza. Ergo il pensiero nella sua unità deve essere già all’inizio della frase, altrimenti quando lo penso? Eppure una conclusione del genere è assurda! Se il tutto è all’inizio, quando pronuncio “n…”, l’intero senso della frase dovrà poi ripetersi ad ogni lettera, ciascuna lettera “n…o…n” ripete quindi “non credo si capisca nulla”. Ma perché allora pronunciare o scrivere le lettere della frase se ognuna ripete la frase che, pure, abbiamo bisogno di dire attraverso lettere e parole? Che razza di puzzle, di abracadabra è venuto fuori? In fondo il fenomeno è banale. Parlare, scrivere, pensare avvengono nel tempo, prendono tempo, ma se avvengono nel tempo ogni attimo mentale è isolato dagli attimi che non esistono più a da quelli che non esistono ancora, quindi è isolato da frasi o pensieri dotati di senso. Attenzione: una considerazione del genere potrebbe costituire un forte e inquietante argomento a favore della riduzione dell’attività mentale a processi fisici causali (della durata di miliardesimi di secondo): anziché anime che esprimono le loro idee e tribolazioni, gli umani sono un complesso insieme di transazioni causali con il mondo. Soggetti fittizi di storie fittizie che nessuno è autenticamente in grado di pensare (questo argomento conduce a negare il libero arbitrio). Poniamo però che dai pensieri veri o falsi, dai desideri realizzabili o pericolosi non si possa uscire, che l’attività mentale si riproponga ad ogni tentativo di cancellarla. Come risolvere il busillis?
Sono convinto che le Ricerche filosofiche siano soprattutto il tentativo di dare una risposta a un crampo mentale del genere. Wittgenstein, autentico filosofo, si impegna nel compito con aforismi taglienti e inimitabili che ancora confondono i suoi interpreti. A Russell, che lo rimproverava di trascurare le “argomentazioni” fornendo solo “risultati”, rispondeva che gli argomenti doveva ricostruirli il lettore, se dimostrava di aver capito qualcosa. Io appartengo a una brigata situata di gran lunga più in basso, quella degli insegnanti, e ho scritto un libro di 600 pagine, fatto appunto solo di argomenti, che affronta il medesimo rompicapo: il rapporto fra esperienza, azione, emozioni e tempo. Così, ovviamente privo dei lampi dell’austriaco, ho dovuto anzitutto precisare quale concetto di tempo privilegiare, dato che se ne danno vari. Poi, in un lungo capitolo, ho dovuto difendere l’impossibilità di uscire dall’attività mentale intenzionale, cercando di spiegare perché non possa essere concepita come insieme di transazioni causali. (Quindi il libero arbitrio non solo è salvo, ma può essere rivendicato.) Poi ho dovuto precisare in cosa, secondo me, consista la percezione del tempo e, infine, sulle orme di Wittgenstein, proporre una soluzione, fra l’altro mettendo in campo varie e spinose questioni (natura dell’istante, dell’io, ecc.)
Che il pensiero sia nel tempo, come spesso accade in filosofia, sembra un classico “uovo di Colombo”. Ma è un uovo sodo stantio e maleodorante che si preferisce per lo più accantonare e trascurare. Capace di spazzare come castelli di sabbia innumerevoli costruzioni teoriche. Quanto sia riuscito a rendere l’uovo digeribile, fortunatamente, non sta a me giudicare. Può ben essere che il mio castelletto non regga neppure alla più leggera delle brezze; può essere che qualche bastione, pur malandato, resista. O forse, spero, può essere ci sia di più. Di una cosa però sono contento, per tante pagine e tanto tempo ho resistito al fetore di un “uovo di Colombo” che, come un sospetto insopportabile, di primo acchito vien la voglia di scartare, facendo finta non ci sia.* Filosofo
Baldissera Di Mauro
di LUIGI CIMMINO *
Al paragrafo 173 delle Osservazioni sulla filosofia della psicologia Ludwig Wittgenstein riporta una strana indicazione: «che il pensiero sia già bell’e fatto all’inizio della frase». La frase è di William James, il fratello dello scrittore, e non sembra che allo psicologo e filosofo americano sia concesso gran spazio nelle Ricerche filosofiche, l’opera destinata da Wittgenstein alla pubblicazione: che anche il grande austriaco mettesse volutamente la sordina ai suoi autentici ispiratori? Ma perché James ispiratore? Che portata può mai avere una osservazione del genere; più che intuizione filosofica sembra una battuta di Ionesco, da teatro dell’assurdo.
Beh, se letta la paginetta che sto scrivendo Tizio dichiara: “non credo si capisca nulla”, molto banalmente quando dice “non” non dice ancora “credo”, e quando dice “nulla” non dice più “capisca”: le parole, anzi le lettere, si succedono nel tempo e ciascuna parola, a maggior ragione le lettere, non significano nulla al di fuori della frase nella sua interezza. Ergo il pensiero nella sua unità deve essere già all’inizio della frase, altrimenti quando lo penso? Eppure una conclusione del genere è assurda! Se il tutto è all’inizio, quando pronuncio “n…”, l’intero senso della frase dovrà poi ripetersi ad ogni lettera, ciascuna lettera “n…o…n” ripete quindi “non credo si capisca nulla”. Ma perché allora pronunciare o scrivere le lettere della frase se ognuna ripete la frase che, pure, abbiamo bisogno di dire attraverso lettere e parole? Che razza di puzzle, di abracadabra è venuto fuori? In fondo il fenomeno è banale. Parlare, scrivere, pensare avvengono nel tempo, prendono tempo, ma se avvengono nel tempo ogni attimo mentale è isolato dagli attimi che non esistono più a da quelli che non esistono ancora, quindi è isolato da frasi o pensieri dotati di senso. Attenzione: una considerazione del genere potrebbe costituire un forte e inquietante argomento a favore della riduzione dell’attività mentale a processi fisici causali (della durata di miliardesimi di secondo): anziché anime che esprimono le loro idee e tribolazioni, gli umani sono un complesso insieme di transazioni causali con il mondo. Soggetti fittizi di storie fittizie che nessuno è autenticamente in grado di pensare (questo argomento conduce a negare il libero arbitrio). Poniamo però che dai pensieri veri o falsi, dai desideri realizzabili o pericolosi non si possa uscire, che l’attività mentale si riproponga ad ogni tentativo di cancellarla. Come risolvere il busillis?
Sono convinto che le Ricerche filosofiche siano soprattutto il tentativo di dare una risposta a un crampo mentale del genere. Wittgenstein, autentico filosofo, si impegna nel compito con aforismi taglienti e inimitabili che ancora confondono i suoi interpreti. A Russell, che lo rimproverava di trascurare le “argomentazioni” fornendo solo “risultati”, rispondeva che gli argomenti doveva ricostruirli il lettore, se dimostrava di aver capito qualcosa. Io appartengo a una brigata situata di gran lunga più in basso, quella degli insegnanti, e ho scritto un libro di 600 pagine, fatto appunto solo di argomenti, che affronta il medesimo rompicapo: il rapporto fra esperienza, azione, emozioni e tempo. Così, ovviamente privo dei lampi dell’austriaco, ho dovuto anzitutto precisare quale concetto di tempo privilegiare, dato che se ne danno vari. Poi, in un lungo capitolo, ho dovuto difendere l’impossibilità di uscire dall’attività mentale intenzionale, cercando di spiegare perché non possa essere concepita come insieme di transazioni causali. (Quindi il libero arbitrio non solo è salvo, ma può essere rivendicato.) Poi ho dovuto precisare in cosa, secondo me, consista la percezione del tempo e, infine, sulle orme di Wittgenstein, proporre una soluzione, fra l’altro mettendo in campo varie e spinose questioni (natura dell’istante, dell’io, ecc.)
Che il pensiero sia nel tempo, come spesso accade in filosofia, sembra un classico “uovo di Colombo”. Ma è un uovo sodo stantio e maleodorante che si preferisce per lo più accantonare e trascurare. Capace di spazzare come castelli di sabbia innumerevoli costruzioni teoriche. Quanto sia riuscito a rendere l’uovo digeribile, fortunatamente, non sta a me giudicare. Può ben essere che il mio castelletto non regga neppure alla più leggera delle brezze; può essere che qualche bastione, pur malandato, resista. O forse, spero, può essere ci sia di più. Di una cosa però sono contento, per tante pagine e tanto tempo ho resistito al fetore di un “uovo di Colombo” che, come un sospetto insopportabile, di primo acchito vien la voglia di scartare, facendo finta non ci sia.* Filosofo