L’omaggio a Nick Drake di Miriam Foresti

La cantautrice aquilana pubblica un album d’impronta folk jazz (A soul with no footprints) con cover e chicche dell’artista
L’AQUILA. Nick Drake è ricordato come uno dei cantautori più influenti e importanti della storia del rock. Con le sue canzoni delicate, intrise di spleen e malinconia, e la sua voce perennemente avvolta da un velo di foschìa, la stessa delle campagne inglesi in cui era cresciuto, ha ispirato un’intera generazione di musicisti introversi e autoconfessionali, spingendoli a uscire dalle pareti domestiche. Drake è tanto celebrato oggi quanto poco lo fu in vita: autore, tra il 1969 e il 1972, di tre dischi bellissimi ma commercialmente sfortunati, scomparve prematuramente suicidandosi nel 1974.
Una cantante e chitarrista abruzzese, Miriam Foresti, ha deciso di rendergli omaggio in un disco, “A soul with no footprints”, appena pubblicato dall’etichetta Isola Tobia Label. Il titolo dell’album rimanda a un verso di una canzone di Drake, “Time has told me”: «Mi sembrava una sintesi perfetta di quella che è stata la sua figura», racconta la cantautrice. «Un’anima senza impronte, nel senso sia dell’invisibilità, perché in vita non ebbe alcun successo, sia di chi non si lascia racchiudere in una forma perché non accetta di dover essere in un certo modo». Il disco, di impronta folk-jazz, è concepito come una suite, un flusso musicale che si snoda attraverso 9 tracce, da ascoltare senza soluzione di continuità ma con un filo conduttore costituito dal tema di “Black eyed dog”, un brano scritto da Drake le cui note risuonano alla fine di ogni pezzo «come una voce lontana che man mano si avvicina, a rappresentare la morte che viene a prenderselo». Nella scaletta prevalgono le cover, tra le quali c’è anche una traccia scritta dalla madre del cantautore inglese, Molly. Si chiama “Poor mum” e, spiega Miriam, è la canzone da cui ha avuto origine il progetto discografico: «Tempo fa ho scoperto che anche lei era una cantautrice e tra le sue registrazioni casalinghe c’era questa canzone, in cui si sente tutto il dolore di una madre che non riesce a salvare il figlio dal suo destino». Uno dei due brani autografi, invece, è “I know a place”, un pezzo in cui Miriam immagina che Molly canti a Nick l’ultima ninna nanna: «Vuole essere una sorta di immaginario lieto fine», racconta la cantante nata a Roma ma cresciuta all’Aquila, città in cui si è diplomata in canto jazz (ha studiato al conservatorio Casella) prima di specializzarsi al conservatorio Tomadini di Udine, dove si è trasferita da qualche anno. L’album è stato realizzato poco prima dell’inizio della pandemia: «Abbiamo registrato il 4 e 5 marzo, pochissimi giorni prima del lockdown, mai immaginando tutto quello che sarebbe successo. Da marzo ad oggi in tantissimi ci siamo visti annullare concerti e non sappiamo quando potremo riprendere a suonare e a che condizioni. In questa situazione precaria, in cui è impossibile fare qualsiasi tipo di programmazione, far uscire un album probabilmente è una follia: significa non poter andare in giro a presentarlo, rinunciando quindi a una grossa fetta della promozione e all’ossigeno che rappresenta il suonare live, indispensabile per chi vive di musica».

