L’Ue affronta l’intelligenza artificiale: un regolamento per disciplinarne l’uso

4 Luglio 2023

Intervista a Franzese, professore di Filosofia all’Università Federico II di Napoli «L’IA sarà inevitabile, essenziale una pedagogia dell’utilizzo di questi strumenti»

Lucio Franzese, è professore associato di Filosofia del diritto e insegna Social, ethical and psycological issues in artificial intelligence e Diritto dell’informatica”all’Università Federico II di Napoli. È condirettore de L’Ircocervo, prima rivista elettronica italiana di metodologia giuridica, teoria generale del diritto e dottrina dello stato (www.lircocervo.it).
Professore, l’Unione Europea ha sentito la necessità di adottare un regolamento (molto probabilmente sarà il primo al mondo) per disciplinare i sistemi di intelligenza artificiale, ovvero stabilire definizioni e linee d’azione comuni, vietare pratiche non conformi ai principi europei, tra cui quelli legati alla tutela della privacy, e stabilire regole sulla base dei diversi livelli di rischio. Perché?
«È molto opportuno che l’Unione Europea abbia proposto una regolamentazione giuridica perché come è avvenuto con il Regolamento per la protezione dei dati personali verrebbe a costituire un precedente a livello mondiale. Difficilmente Stati Uniti e Cina impegnati nello studio e sviluppo dei sistemi di IA proporranno una regolamentazione perché la vedono come un intralcio alla diffusione di queste tecniche. Per contro, l’Ue ha sì interresse a stimolare l’impresa a fare ricerca e a immettere nuovi sistemi di IA sul mercato ma vuole tutelare e salvaguardare l’integrale sviluppo della persona umana nei confronti di tecniche irrispettose della stessa».
Qual è l’aspetto più importante del Regolamento?
«Il messaggio che passa dal Regolamento, noto anche come “AI Act”, è che per l’Ue non tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche meritevole di essere realizzato e utilizzato, per cui ci sono dei sistemi di IA che sono vietati o circoscritti da tante cautele perché ritenuti lesivi della persona umana e dei suoi diritti, quali ad esempio la libertà, la dignità, la privacy».
Perché si sente il bisogno di ricorrere all’IA?
«L’uso dell’IA è imposto dalle esigenze di efficienza, potenza di calcolo, velocità ed efficacia e pensiamo che tali tecnologie possano aiutarci in questo. Occorre tuttavia considerare l’IA per quello che è, ovvero uno strumento utile per il perseguimento dei fini la cui individuazione deve restare prerogativa delle persone, nel senso che essa serve soltanto a organizzare i mezzi per la realizzazione dei fini che l’uomo autonomamente e liberamente pone. L’uso dell’IA non potrà mai riguardare la scelta dei fini da perseguire, gli obiettivi che l’uomo di volta in volta si dà, ma attiene soltanto all’organizzazione degli strumenti necessari alla realizzazione di questi fini».
Non potremo più fare a meno dell’IA?
«Sembrerebbe che non si possa più fare a meno dell’IA ed è per questo che è molto importante una pedagogia dell’uso di questi strumenti».
Se da una parte l’umanità trae senza dubbi utilità dall’utilizzo dell’IA, non c’è però il rischio che delegare a essa alcune della nostre attività peculiari, come ad esempio l’elaborazione di testi scientifici o creativi, possa portare a un’involuzione delle nostre capacità?
«Sì il rischio c’è ed è fortissimo e deve essere affrontato per evitare che questi strumenti da utili diventino invece dannosi per lo sviluppo integrale della persona umana».
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