“La besa”, il giuramento che attraversa più vite

19 Giugno 2018

In libreria il romanzo a cuore aperto di Lucia Vaccarella, docente, narratrice e saggista chietina

PESCARA. Ci sono libri di narrativa che dalla prima all’ultima pagina esprimono autenticità. Già dall’attacco possiedono infatti un magnetismo e reclamano un’attenzione da far pensare: chi ha scritto ciò, non voleva semplicemente scrivere un libro, voleva aprire il cuore; e cercava solo, semmai, l’occasione di un libro per farlo; l’occasione di una scrittura, coi suoi tempi, coi suoi riti di evocazione, col suo raccogliersi – in qualche modo un po’ religioso, in quanto comunicativo rispetto a un’alterità – di fronte a un foglio di carta o a uno schermo.
Forse voleva rincontrare nei propri personaggi una parte di sé. O magari voleva stabilire un canale di trasmissione con gli altri di ciò che la quotidianità delle parole spesso nasconde. Quando un libro ci suscita questi pensieri ci troviamo in presenza di un narratore che non scrive nell’ansia di produrre un libro per guadagnare a sé l’identità, posticcia, di scrittore, quale molti aspirano ad avere. Su queste frequenze di genuinità scrittoria si modella il romanzo “La besa”, 2017 (Chieti, Solfanelli, presentazione di Bruno Nacci) di Lucia Vaccarella – docente di materie letterarie nelle scuole superiori di Chieti, saggista, narratrice – fin dal titolo del primo capitolo (“Qualunque cosa sia una casa”) e dall’attacco: “Accade così. La porta è aperta. Là nel palazzo dove vive la madrina novantenne che mi attende in visita, sullo stesso piano abitavo anch’io da bambina, e ora la porta della mia prima casa è aperta. Incontro il proprietario sulla soglia, gli chiedo timidamente se posso entrare”. Nel suo schiudere quell’uscio, la scrittrice vuole aprire il cuore ai lettori. Si percepisce il trattenimento dell’emozione nel suo rientrare nella casa dell’infanzia dopo decenni; si sente tra le righe il batticuore in questa ricerca del tempo perduto, dei suoi spazi e delle presenze da essi avvolte. Così in oltre 200 pagine ripercorre, narrandoli alla figlia, gli affetti perduti od opacizzati dal tempo e dalle vicende del vivere; per raccontarli, risale a tre generazioni prima, ai paterni antenati arbereshe della costa molisana attorno a Campomarino, dove si parla un arcaico albanese di 5-6 secoli fa, da cui viene il titolo, “La besa” parola indicante “promessa solenne”, “giuramento che non può essere tradito”. Attorno a questo intimo pegno di fedeltà con se stessa l’autrice costruisce una saga di generazioni, sino a quella della figlia, dove gli accadimenti che agiscono gli esseri umani contano quanto il set, quanto i luoghi cui vengono dedicate bellissime parole, di evocazione e rievocazione. Sino a far prorompere l’autrice in una domanda, piena di sentimento del tempo, gridata a se stessa e destinata a rimanere senza risposta: “Che ne è stato della mia giovinezza, dove l’ho lasciata? Che fine ha fatto? Mi sono distratta solo un attimo, girata appena – lo giuro – e ora non sopravvive niente. Non mi sono accorta di nulla. E non c’è nessun tasto rewind da poter premere”.
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