LA DISILLUSIONE DI UN MAESTRO DEL CINEMA

21 Gennaio 2016

di MICHELE GOTTARDI A scorrere la filmografia di Ettore Scola, 41 regie – ma anche 88 film scritti, sceneggiati e dialogati – ne esce un ritratto dell’Italia dal dopoguerra a oggi come nessun altro...

di MICHELE GOTTARDI

A scorrere la filmografia di Ettore Scola, 41 regie – ma anche 88 film scritti, sceneggiati e dialogati – ne esce un ritratto dell’Italia dal dopoguerra a oggi come nessun altro regista ha esemplificato. Senza trascurare alcun aspetto, dalla fabbrica alla famiglia, dalla militanza politica alle storie d’amore, Scola ha toccato tutti i generi, innervando la commedia all’italiana, utilizzando il documentario o il film storico, sempre “facendo il punto” in un determinato momento, in un preciso ambito. Ecco, questo, di “fare il punto”, è stata la sua caratteristica principale, che gli derivava da essere anche un militante del Pci (di cui fu anche ministro-ombra per la cultura), ultimo erede di una generazione che aveva molto sperato nella Nuova Italia, restando alla lunga tradita. Per questo il suo è stato un cinema brillante, che tuttavia ha sempre documentato la realtà di un Paese che ha molto amato, e verso il quale ha nutrito una disillusione progressiva.

Brillante e ironico, Scola lo fu da sempre, sin dalle sue prime frequentazioni su “Marc’ Aurelio”, celebre periodico satirico romano che vantava collaborazioni illustri, a cominciare da Federico Fellini, come Scola rievocherà nel suo ultimo lavoro “Che strano chiamarsi Federico”, presentato a Venezia 2013, sorta di omaggio tardivo da parte della Mostra del Cinema che pure non gli tributò mai alcun Leone, nemmeno alla carriera. Quella di “fare il punto” è un’esigenza che il giovane Ettore mette in mostra da subito, scrivendo copioni e soggetti per il cinema degli anni ’50: il suo nome compare nel ’54 nei titoli di testa di “Un americano a Roma”, leggendario film di Steno con Alberto Sordi che tiene a battesimo la nascita del mito statunitense. Sordi deve a Scola anche la celebre gag radiofonica di “Mario Pio”. Da qui è un susseguirsi di sceneggiature doc, in coppia con Ruggero Maccari, sceneggiature che “facevano il punto” volta per volta sulla perdita di identità dettata dal boom economico (“Il sorpasso”, 1962, e “I mostri”, 1963 di Dino Risi) o sui falsi miti del successo e del cinema (“Io la conoscevo bene”, di Antonio Pietrangeli, 1965). Per cui fu quasi inevitabile che Scola passasse dietro alla macchina da presa e iniziasse a raccontare un’Italia in bilico tra provincia e città, tra fotoromanzi, canzonette, comizi di piazza e manifestazioni studentesche e operaie.

Dopo alcuni film d’esordio (il primo è “Se permettete parliamo di donne”, 1964) che gli servono soprattutto per crearsi una vasta audience e buoni legami con i maggiori attori nostrani, la consacrazione arriva con “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?”, “Il commissario Pepe”, con Ugo Tognazzi, e soprattutto con “Delitto della gelosia – Tutti i particolari in cronaca”, a cavallo del decennio, con Marcello Mastroianni: tutti film che mescolano cinema di ottima fattura e contenuti nazional-popolari. Gramsciano, Scola lo è stato da sempre e la sua arte lo ha reso esplicito, sia nell’idea condivisa di cinema di massa, quanto nel descrivere i personaggi, anche quelli “mostruosi”, con un occhio affettuoso, che ne capisce le ragioni. Come in “Brutti, sporchi e cattivi” (1976). Gli anni ’70 sono quelli dei suoi capolavori. Con “Trevico – Torino… Viaggio nel Fiat-Nam”, Scola effettua una scorribanda nel documentario – passione che ogni tanto torna a galla, sino a documentare le grandi manifestazioni del 2002 a Roma – ripercorrendo le sue origini irpine dal paese alla galassia industriale; ma sarà “C’eravamo tanto amati” a fissare le disillusioni di una generazione che, a metà degli ’70, si stava perdendo: era “il punto” su una sinistra che iniziava a mostrare segni di cedimento, incarnata dai tre protagonisti (Gassman, Manfredi, Satta Flores), ognuno un’anima del Partito e del movimento. Il suo film più completo, che mescola storia e sentimento, vicende individuali e corali, è “Una giornata particolare” (1977), in cui due personaggi marginali, una donna angelo del focolare e un omosessuale in attesa di essere portato al confino, vivono un momento di intimità mentre fuori – è il 6 maggio del ’38 – Mussolini accoglie Hitler nella Roma festante. Scommessa difficile, e vinta, perché abbatteva la “bellezza” dei due protagonisti, la Loren sciatta quanto mai, Mastroianni intellettuale gay, solo e sconfitto. Un film che ebbe molti successi, candidature all’Oscar, Golden Globe e Cèsar per il miglior film straniero (dopo “C’eravamo tanto amati”), sancendo così un rapporto privilegiato con Cannes e la Francia che non ha avuto eguali in Italia. In seguito, “La terrazza” (1980) e soprattutto “La famiglia” proseguivano l’idea di “fare il punto” sull’Italia del secolo scorso, mentre “Il mondo nuovo” dava un’idea della Rivoluzione Francese che guardava alle contraddizioni della borghesia contemporanea.

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