La doppia ferita di Teramo e la modernità mancata

25 Febbraio 2017

Nel saggio dello storico Ponziani si ripercorrono le vicende della città e delle sue classi dirigenti dall’età giolittiana al fascismo

TERAMO. Tredici anni dopo “Il capoluogo costruito”, lo storico teramano Luigi Ponziani ha dato alle stampe un altro poderoso volume, “Teramo dall'età giolittiana al fascismo (1901-1940)”, pubblicato dalla casa editrice Ricerche&Redazioni (560 pagine, 30 euro). Ponziani, direttore emerito della biblioteca Melchiorre Dèlfico di Teramo, diretta fino all'aprile 2015, prosegue lo studio della vita politica, amministrativa, sociale, civile e culturale teramana e, di riflesso, regionale. Questo secondo ampio capitolo, attraverso un percorso diacronico e tematico indaga il ruolo delle vecchie classi dirigenti liberali di stampo ottocentesco e la loro incapacità di reggere cambiamento e dinamismo imposti a tutti livelli (dai trasporti all'economia) dalla modernità nei primi decenni del Novecento.

Sabato scorso, in un incontro ospitato dall'associazione Poggio Spoltino Cultura, presieduta da Barbara Savini, a margine della presentazione del volume l'autore ha approfondito il ruolo di quegli esponenti della famiglia Savini che ebbero un ruolo politico-amministrativo tra età liberale e fascismo. Personaggi come Francesco Savini, studioso di storia e archeologia locali, invano oppositore alla mutilazione del territorio teramano che portò alla nascita della provincia di Pescara, e il nipote Vincenzo, parlamentare e podestà di Teramo dal 1931 al 1934, che fece partire lo studio per il piano regolatore. Ma anche Ferdinando, che nel 1787 fece deliberare al Parlamento comunale «la selciatura del corso da Porta Reale a Porta San Giorgio»; Sigismondo, sindaco nel 1814, e Domenico, sindaco nel 1842 e nel 1852. La crisi di identità delle classi dirigenti tradizionali della città, fulcro del volume, ha il momento di svolta nel primo dopoguerra.

«Il vecchio notabilato liberale, espressione della proprietà agraria, non coglie le trasformazioni in atto e dà una risposta inadeguata allo sviluppo economico e sociale e ai nuovi rapporti civili e politici» ha spiegato Luigi Ponziani al Centro. «A una dignitosa storia politica e culturale non se ne sostituisce un’altra. In campo politico-amministrativo personaggi come Luigi Paris, Serafino Mancini, Berardo Cerulli, Francesco Savini vengono avvicendati da mezze figure». Con l'estensione del voto e l’avvento di nuove forze politiche - ex combattenti, popolari, socialisti - le tradizionali élites dirigenti non riescono a mantenere l'egemonia politico-amministrativa, sottolinea lo storico, che da un quarantennio studia i ceti dirigenti e la storia civile e culturale abruzzese dell'Otto-Novecento.

Inoltre il primo fascismo teramano «è rappresentato da personaggi modestissimi che non riescono a rapportarsi con i nuovi centri del potere». E dal 1923, con il primo sindaco fascista di Teramo, Nino Nanni, la città vive una crisi profonda, che sfocerà nella mutilazione della provincia: «Un vulnus per Teramo. Una storia pluricentenaria viene recisa con un atto d'arbitrio. La nascita della provincia di Pescara, insieme ad altre 12 province in Italia, tra cui Rieti che si stacca da L'Aquila, risponde all'esigenza di autonomia dei nuovi territori rispetto al vecchio capoluogo e ai nuovi appetiti territoriali della classe dirigente fascista locale, di cui si fa portavoce Giacomo Acerbo, dal 1922 sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri. Nascono nuove città con la rivoluzione dei trasporti, l'estensione delle ferrovie, la nascita di nuove economie e del turismo». La classe dirigente fascista in formazione a livello locale appoggia questa spinta centrifuga: «All'accentramento burocratico fa riscontro un decentramento amministrativo che obbedisce a logiche di protagonismo locale». Altra ferita inferta dal regime al territorio teramano è l'imposizione della fusione del Banco Abruzzese (66 filiali, la banca centro-meridionale più importante dopo il Banco di Napoli) nel 1933 con la Banca dell'Agricoltura e nel 1936 col Banco di Napoli. «Viene distrutto il credito teramano, che poi era quello abruzzese, e quella creazione di un sistema bancario regionale operata da Vincenzo Cerulli Irelli come presidente del Banco Abruzzese, che aveva riunito diverse realtà, convinto che gli abruzzesi dovessero finanziarsi con una banca abruzzese».