La Grande guerra di chi disse no

Oggi all’università d’Annunzio a Chieti una conferenza-concerto su pacifisti, renitenti e ammutinati
di Giuliano Di Tanna
«Il ruolo dei disertori nella grande guerra, a mio avviso, è fondamentale: se all’inizio del conflitto essi furono una minoranza, nel 1917 furono proprio i sempre più numerosi atti di insubordinazione e rivolta a far collassare l’esercito russo e a portare lo zar all’abdicazione».
Triestino, 47 anni, Piero Purini è uno storico e un musicista. Ed è in entrambe queste vesti che animerà , questa mattina alle 11, nell’auditorium del Rettorato dell’università d’Annunzio, nel campus di Chieti, una conferenza-concerto dal titolo “La Grande Guerra dalla parte di chi cercò di evitarla: pacifisti, renitenti, disertori, ammutinati”. A fianco a Purini ci sarà, per la presentazione storica, Stefano Trinchese, storico e preside di lettere dell’ateneo teatino. Oltreché da Purini, voce narrante e sax, alcuni brani musicali dell’epoca saranno eseguiti da Paolo Venier, voce, Riccardo Morpugno, pianoforte, e Olivia Scarpa, fagotto.
La conferenza storico-musicale, che si svolge nel quadro delle iniziative dedicate al cinquantesimo anniversario dell’università d’Annunzio, è dedicata alla storia poco nota di migliaia di uomini che cercarono in tutti modi di evitare la guerra, agli episodi di fraternizzazione tra nemici, alle rese di massa e alle esecuzioni dei disertori. «Un doveroso omaggio», spiegano gli organizzatori, «a chi soffrì e morì in quell’immenso mattatoio che fu la grande guerra».
Purini si è laureato in storia contemporanea all’università di Trieste sotto la guida di Jože Pirjevec. Ha poi frequentato corsi di perfezionamento post laurea all’università di Lubiana e quindi ha conseguito il dottorato di ricerca all’università di Klagenfurt sotto la guida di Karl Stuhlpfarrer.
Si occupa principalmente di movimenti migratori, di spostamenti di popolazione e di questioni legate all’identità e all’appartenenza nazionale: il fatto di aver studiato in Italia, Slovenia e Austria gli ha permesso di analizzare la storia di una regione etnicamente complessa come la Venezia Giulia in una prospettiva più internazionale ed europea. Affianca all’attività di storico anche quella di musicista. Ha pubblicato su riviste italiane, slovene, austriache, croate e svedesi, “Trieste 1954-1963. Dal governo militare alleato alla Regione Friuli-Venezia Giulia”.
Ma quanto vasto fu il fenomeno rappresentato da chi si rifiutò di combatere? Le cifre non sono univoche. L'Italia entrò in guerra con una popolazione totale di circa 37 milioni di abitanti. Di questi circa 5.900.900 furono mobilitati dall'esercito e di questi 4.800.800 vennero impiegati in zone di guerra. In questo totale si ebbero due milioni e mezzo di ammalati e i ricoveri complessivi furono circa cinque milioni. Molti si rifiutarono di continuare a marcire nelle trincee e 870.000 disertarono almeno una volta. Un alto numero raggiunsero i renitenti alla leva che furono 160.000.
Quattrocentomila i processi di insubordinazione con 210.000 condanne, 15.000 condanne all'ergastolo e 4.028 esecuzioni con fucilazione alla schiena.
«I cosiddetti “scemi di guerra”, ad esempio», spiega Purini, «furono soldati che ad un certo punto, come atto estremo di difesa psicologica dagli orrori che stavano vivendo, andarono semplicemente fuori di testa, finendo generalmente per essere internati nei manicomi».
«Nell’estate del 1918, il numero dei soldati tedeschi, austro-ungarici ed ottomani che non obbedivano più agli ordini fu determinante nel metter in crisi l’apparato militare.», conclude lo storico triestino. «In parole povere ritengo che la fine della guerra possa essere considerata come un atto di diserzione di massa da parte dei soldati degli Imperi centrali».
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