La guerra e l’identità di Pescara ieri e oggi

“La via adriatica alla liberazione di Roma nel 1943”: il saggio di Mancini sul ruolo della città bombardata e saccheggiata
PESCARA. Bombardata dagli americani, distrutta dai tedeschi, saccheggiata dagli sciacalli. Perché Pescara, durante la Seconda Guerra Mondiale, ha avuto quella sorte che ha cambiato il volto del suo centro e probabilmente anche la sua identità attuale? E può aver avuto, la città adriatica, un ruolo nel ritardo dell’avanzata degli Alleati e nella Liberazione di Roma (9 mesi per compiere 200 chilometri)?
Sono solo alcune delle domande cui prova a dare risposta il nuovo libro di Francesco Mancini dal titolo “La via adriatica alla liberazione di Roma nel 1943. I piani alleati destinati a cambiare la storia d’Italia” (Pacini Editore). Un libro frutto di una ricerca durata quasi 20 anni e compiuta dallo stesso autore, pescarese di 71 anni, figlio di uno dei primi sindaci di Pescara e parlamentare, Antonio Mancini, ex manager e attualmente consulente, autore di pubblicazioni sul periodo bellico e sulla ricostruzione. Si tratta di un testo che non parla in senso stretto di battaglie, piuttosto delle strategie che le hanno dirette o degli sconvolgimenti che hanno provocato.
La ricerca, basata su studi internazionali e su un’indagine condotta negli archivi anglo-americani, è riuscita a fornire delle risposte a domande dalle quali l’autore era partito. Il libro, infatti, contiene le spiegazioni di ciò che accadde a Pescara e aiuta a comprendere meglio la lentezza dell’avanzata Alleata e della Liberazione di Roma, la durezza dello scontro sul fronte adriatico e delle battaglie del Sangro e di Ortona, le vicissitudini sofferte dalle popolazioni, il carattere eccezionale della Resistenza abruzzese, inquadrandole nella strategia globale della secondo conflitto mondiale.
Per avere alcuni elementi, basti pensare che, quando il 10 giugno 1944 le truppe indiane arrivarono a Pescara, trovarono una città distrutta, con i pescaresi derubati di 5 miliardi di lire, equivalente a 5 miliardi di euro, o ancora che piazza Salotto, prima ricca di case di mattoni, fu completamente spianata dalle mine tedesche. Così come, tra le domande a cui Mancini ha provato a dare risposta, c’è quella relativa alla posizione centrale di Pescara, al suo essere la porta adriatica di Roma, al punto che lo stesso Hitler pare fosse convinto che sull’Adriatico si sarebbe combattuta la battaglia decisiva. Un libro che non si limita, dunque, a parlare di Pescara ma che amplia l’orizzonte a tutta l’Italia e che trova la sua contemporaneità anche alla luce dei recenti conflitti, dal momento che esamina alcuni aspetti come gli obiettivi reconditi di chi scatena una guerra, le difficoltà di costruire una strategia comune tra nazioni o la psicologia di chi la guerra la fa e di chi la subisce. L’indagine ha dato un «notevole contributo alla storiografia sulle operazioni militari nel tormentato fronte adriatico, ancora poco approfondite dagli storici del nostro Paese», scrive nella prefazione Elena Aga Rossi, una delle massime autorità mondiali negli studi sulla Seconda guerra mondiale e sulla politica internazionale.
Il libro sarà presentato in anteprima il 14 giugno a Ortona (ore 18.30, sala Eden) e il 5 luglio a Pescara (ore 18,30, sala consiliare), per approdare a settembre a Roma alle celebrazioni organizzate dalla Rete Biblioteche di Roma in occasione dell’anniversario della Liberazione. Il nuovo libro di Mancini arriva dopo due pubblicazioni: “Già vinti nel cuore”, selezione di lettere di suo zio Armando, giovane intellettuale fascista schieratosi nel ‘43 contro i tedeschi e barbaramente trucidato, e di pagine del diario segreto di guerra di suo padre Antonio, che combatté nella Liberazione; il libro “Molto mosso” sull’archivio politico di suo padre, che contiene la storia della rinascita dell’Abruzzo dal 1947 al 1973.

