La memoria è questione di rispetto

18 Marzo 2018

«Dimentico sempre tutto quello che avevo deciso di ricordare a perfezione»

Pubblichiamo di seguito uno stralcio del primo capitolo del romanzo “L’ultima diva dice addio”.
Dimentico sempre tutto quello che avevo deciso di ricordare a perfezione: i finali dei grandi classici, i nomi delle donne più potenti della storia; le notti che pensavo fossero le migliori di tutta una vita e le scadenze dei debiti. La sacrilega verità che la strada migliore sia sempre quella che qualcun altro ha già percorso, quindi bisognerebbe solo imparare a restarsene in silenzio e imitare chi è stato più lungimirante di noi.
La realtà che i sogni che si fanno non stanno a indicare nulla più di una casualità di circostanze, ma si finisce comunque col gonfiarli di significati e aspettative che, forse, non avevano alcuna intenzione di sostenere in primo luogo. A quei sogni e alle loro false promesse abbiamo dato la colpa di ogni nostra delusione, e se cerco di dare un volto ai sogni e alle delusioni non posso che pensare a tutte le ragazze che in questo momento, nelle loro camerette americane, si stanno pettinando i capelli con una lentezza che è tutta intimità e rigore; un tempo, si potrebbe dire piuttosto lontano, Molly Buck è stata sicuramente una di loro.
Perché in fondo tutti facciamo le stesse cose. Cerchiamo a tentoni l’interruttore della luce in una stanza buia e prima di uscire di casa controlliamo di aver messo in borsa quello che ci serve. Quando non riusciamo a svitarlo, arrotoliamo uno strofinaccio attorno al tappo di un barattolo e digrigniamo i denti stringendo le dita con tutta la forza che possediamo.
Eppure, quando era Molly Buck a fare tutto questo, sembrava ogni volta di assistere a un miracolo. Da lei non ti saresti mai aspettato gesti di così ordinaria amministrazione: te la immaginavi invece in piedi su un grattacielo di plastica a mettere in bella vista una collana di perle davanti all’obiettivo, o impettita nel suo sorriso migliore mentre ringraziava la platea per l’ennesima statuetta ricevuta in dono. Vederla inzuppare una bustina di tè nell’acqua calda aveva la stessa innaturalità di una suora che si alza la tonaca e, abbassandosi i mutandoni, si china per fare pipì.
Quando arrivò Molly Buck nella mia vita non dovetti decidere nulla, non fu necessario alcuno sforzo: lei era lì e per me ricordare non fu più conseguenza di alcun intento. È stato allora che ho capito che, se davvero ognuno di noi è messo a questo mondo con uno scopo ben preciso impresso nelle stelle, il mio aveva la forma del suo nome. L’unica decisione che non mi obbligai a prendere fu la sola che cambiò il corso della mia vita.
Esistono dettagli che sono epifanie. Non potendo tenere a mente quelli che mi riguardano in prima persona, perché la memoria è debole e la vita, anche la più inconcludente, anche la meno avvincente, sa essere immensa e dura così tanto, ho fissato lo sguardo sul punto di fuga di una prospettiva che non mi appartiene: per dare un senso a questa infinità di rette che si accompagnano, ho dedicato gli ultimi quattro anni a catalogare con scrupolosa religiosità ogni benché minimo aspetto riguardasse l’esistenza di Molly Buck, affinché non tutto cadesse nel dimenticatoio, vittima del tempo che fugge.
Lei raccontava e io scrivevo, senza mettere mai in dubbio la purezza delle sue parole e scansando lo sconforto che mi attanagliava quando l’enormità di quest’opera appariva impossibile da circondare; lei raccontava e io la inseguo ancora nel suo viaggio a ritroso, facendo attenzione a non raggiungerla mai del tutto così da concederle la dose di vantaggio necessaria per una corretta rievocazione degli eventi. È una questione di rispetto, tutto sommato. Anche la memoria è soprattutto una questione di rispetto e prospettiva (...).
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