La misura del cielo secondo Rolando D’Alonzo

Oggi a Pescara la presentazione del romanzo dell’autore teatino: «Non c’è più lo stupore della parola»
Si parla in questi giorni del cinquantenario della morte di Jack Kerouac, profeta della Beat generation. E un’aria molto on the road riferita quasi agli stessi anni (siamo nel 1969, in Europa, non negli Usa) percorre le strade protagoniste di questa nuova gran prova narrativa di Rolando D’Alonzo, “La misura del cielo” (338 pagine, 20 euro), pubblicata da Di Felice Edizioni. Il romanzo sarà presentato alla Provincia di Pescara, oggi alle 16.30. Sandro De Nobile ne parlerà con l’autore. Il romanziere, poeta, saggista, autore di drammi e radiodrammi è nato a Chieti e vive tra San Vito e Lanciano. D’Alonzo ha consegnato alla casa editrice di Valeria Di Felice la prima parte di una storia scritta molti anni fa, che per fortuna ha deciso di non lasciare nel cassetto; sarà il primo volume di una trilogia che conterrà i prossimi “Bros Cafè” e “Tetti”. Una storia, “La misura del cielo”, animata dalle scariche ormonali della giovinezza, quale si riflette nello sguardo di Attilio Saraceni, giovane maestro disoccupato che dal sud della frentania, emigra in Europa, senza una prospettiva precisa, ma incarnando ritratto di un’epoca particolare: quella dei flussi di emigrazione successivi alla seconda guerra mondiale, nel lacerato continente Europa, e anzi soprattutto nel più devastato brano di essa: la Germania.
La emigrazione quale condizione umana. Il “transumanare” di Pasolini. Qual è lo sguardo di Rolando D’Alonzo oggi sulla emigrazione di allora e di oggi ?
Ieri si avvertiva come accogliente e non discriminante il Paese dove si emigrava. O almeno lo si sperava tale. Era un’emigrazione più povera e più felice. Si andava per una nuova vita. Si andava – spesso - per rimanere. Oggi si va – non si sa bene dove – soprattutto per fuggire. C’è minor progettualità, minor comunità. Maggior ripiegamento su se stessi:
Com’era la Germania di allora?
Particolarmente aperta. Integrava. Estendeva subito i diritti civici a chi arrivava. Un emigrante del sud Italia rischiava di essere più discriminato a Milano:
Come è nata l’ispirazione a trasferire questa esperienza in un romanzo?
Per dare parole alla felicità di quei giorni. E poi perché nella letteratura di oggi mancava su questo tema uno sguardo on the road, non dall’alto.
Di cosa sente la mancanza il romanziere Rolando D’Alonzo nella rappresentazione del mondo da parte della narrativa d’oggi?
La grande industria editoriale e mediatica non è in grado di parlare la lingua del mondo. Parla la lingua dei media, con tutta la sua superficialità e disattenzione all’essenza. La lingua di oggi è, per dirla con Pasolini, comunicativa ma non espressiva, né tantomeno innovativa. Non c’è più l’inventio. Il lettore di oggi apre un romanzo ma gli viene imposta la lingua della cronaca. La narrazione è altro. Non c’è più lo stupore della parola.
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