«La parola poetica non può mai invecchiare»

Mariangela Gualtieri ha presentato a Pescara con una performance per voce la sua nuova raccolta “Le giovani parole”, alla seconda edizione in un mese
di Federica D’Amato
PESCARA
Il Magfest di Annamaria Talone nei giorni scorsi è riuscito a riportare in Abruzzo, all’interno del Festival delle Letterature dell’Adriatico, dopo molti anni di assenza una tra i maggiori poeti italiani contemporanei, Mariangela Gualtieri, che a Pescara ha portato una performance per voce legata alla sua nuova e attesissima raccolta poetica, “Le giovani parole” (Einaudi, €12,50, pp.160) di cui, a nemmeno un mese dalla prima edizione, è già in ristampa la seconda edizione.
Comprendere l’ampio successo di questa vera poetessa è semplice: quelle della Gualtieri non sono “sterili” poesie, ma microcosmi in cui è racchiusa la vita di ognuno di noi; sono inni alla vita, invocazioni alla morte, omaggi d’amore, laicissime preghiere e fiori: queste poesie sono come fiori di Primavera. Nell’intervista che segue, la Gualtieri ne spiega l’origine e la destinazione.
Da dove e come nascono Le giovani parole?
«Nascono come sorpresa anche per me che pensavo di avere scritto poco e niente in questi anni. Mettendo ordine, raccogliendo i miei fogli sparsi, mi sono accorta che la poesia aveva seguito ogni momento vissuto con intensità, con piena attenzione e passione».
Qual è la gioventù delle sue parole, delle parole degli umani?
«Questo titolo è preso da una poesia di Beppe Salvia. Penso che la parola poetica sia inconsumabile e dunque che non possa invecchiare: la poesia è parola sempre giovane. Per questo versi scritti due millenni fa ancora ci centrano, ancora parlano di noi, ora».
Il rapporto con la natura è il tema portante del suo poetare. Perché l'uomo delle grandi metropoli, oggi, ne ha dimenticato la centralità per il suo stesso benessere?
«Sì, è stato dimenticato qualcosa, o forse ha smesso di essere tramandato. Abbiamo perso la sapienza energetica, quella che hanno gli animali e le piante, forse: dobbiamo leggere quante calorie, quante vitamine, quante proteine ci sono in un cibo… Non sappiamo più cosa ci nutre, a tutti i livelli, corpo, mente, spirito e infatti ci esauriamo, ci deprimiamo. La natura è la grande soccorritrice, dovremo per forza riscoprirlo, ma in primo luogo andrà rifondata l’idea di natura.
I valori fondamentali si sono come confusi in una Babele di emotività, sperduti nel grande “camposportivo del mondo”, per dirla con le sue parole. La poesia in tutto questo cosa c'entra?
«Già, l’emotività, così diversa dalla sensibilità, così dispersiva e logorante. La poesia ricarica le parole della loro forza arcaica, le ripotenzia. Già questa è una funzione fondamentale, visto che la parola è al centro di ciò che ci fa umani. E poi risveglia la nostra attenzione profonda, mostrandoci nell’ordinario lo straordinario, nel finito l’infinito, e dunque ci invita alla vita come ad una grande avventura».
In “Studio dello stare fermi”, una sezione del libro, lei invita l'umano alla sosta e all'attenzione, virtù contrapposte alla frenesia del contemporaneo. Perché?
«L’invito allo stare fermi lo faccio in primo luogo a me. Siamo lanciati in una corsa che ci costringe ad abitare la superficie di tutto. La superficie è molto attraente, interessante, ma se perdiamo la possibilità di inabissarci, la capacità di esplorare le profondità, perdiamo anima, se mi è concesso usare questa parola. Dunque stare fermi riaccende le nostre percezioni profonde e allora un piccolo pezzo di mondo è abbastanza, perché ogni cosa, guardata da vicino e con cura, è infinita».
L'amore, in questo libro, anche se nominato poco, è fondamentale. In un punto lei dice una cosa importantissima, scrive: «l'amore ci fa guardare gli altri come li vede Dio»: dove ritrovare questo amore, il senso dell'Altro come perdono e non più come accusa?
«Il grande poeta Rumi scrive: “che cosa è l’amore? lo saprai quando diventerai me”. Credo che la forza d’amore vada di pari passo con un io diminuito, col ricordare o sapere per davvero che separatamente non si è. E dilatando il concetto, si può forse arrivare a sentire come tutto sia uno, identico a se stessi, come si sia parte di un unico grande concerto. Credo che l’idea d’amore sia molto legata a questa concezione unitaria del tutto.
C'è la sezione “Ma'”, scritta suppongo in relazione a sua madre. Le chiedo, per chiudere: dopo un secolo passato a pensare che il “problema” fosse la figura paterna, non sarà che dobbiamo riportare al centro della riflessione quella della madre, e perdonare anche, soprattutto, lei?
«Mia madre adesso sta perdendo i connotati e sta tornando ad uno stato di neonata. E’ dunque diventata una figlia per me e io sto svolgendo con lei il ruolo di madre. C’è in questo molta sofferenza e molta dolcezza, un nuovo sentire nel quale l’orrore per la vecchiaia e i suoi martìri a volte si fonde con la meraviglia di una compassionevolezza che mostra l’umano sotto altra luce».
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