«La pazienza per trovare l’anima delle persone»

11 Ottobre 2019

Così lo scrittore si raccontava al Centro in un’intervista del 2009: «Amo andare per funghi nei boschi»

Pubblichiamo un’intervista rilasciata da Peter Handke al Centro il 22 novembre 2009.
di Giuliano Di Tanna
La cosa di cui sembra più orgoglioso sono quei funghi sparsi sul tavolo della sua cucina. Le foto con i porcini colti nel bosco a pochi metri dalla casa in cui vive, fuori Parigi, le custodisce in una copia in lingua inglese del suo libro, «Don Giovanni (raccontato da lui stesso)». Quando le mostra il volto gli si illumina. Peter Handke conserva il candore di un ragazzo stupito dal mondo nel corpo di un uomo di 67 anni.
Lo scrittore è tornato a Pescara, la città dove, 15 anni fa, aveva ricevuto il Premio Flaiano. L’occasione è stata offerta, ancora una volta, da un riconoscimento: il Premio internazionale NordSud.
Cosa pensa dei premi letterari?
Mi piacciono quelli piccoli. Perché? Non lo so. Ma in genere non mi piace riceverli, i premi. Preferisco stare in una giuria e darli agli altri, vedere la gioia sui volti di chi li riceve. Sarà che non sono buono come vincente. Sono migliore come perdente. Ma solo un pochino migliore.
Essere uno scrittore nell’era di Internet influenza il suo modo di scrivere?
Per niente. Scrivo a mano, da quindici anni. Ho smesso anche di scrivere a macchina. Mi piace scrivere con la matita. Mi piace l’odore delle matite. Ma non perché così si può cancellare meglio. Io sono come Ponzio Pilato: quello che è scritto è scritto. Ma poi correggo anch’io (ride, ndr).
Quali sono i suoi interessi nella vita, oltre allo scrivere?
Essere invisibile. E avere dei soldi.
Ci sono scrittori italiani che ama?
Non conosco quelli di oggi. Quando ero giovane amavo leggere Silone, Vittorini, Pavese. Sono stati autori molto importanti per me. Anche Moravia, Natalia Ginzburg, Italo Svevo. E poi tanti poeti: Ungaretti, Montale, Umberto Saba, Biagio Marin. Di recente ho ricominciato a leggere Pavese. Vorrei fare lo stesso con Vittorini. E sì, dimenticavo, Italo Calvino. Quando ero studente di legge all’università di Granz, mi guadagnavo da vivere scrivendo recensioni per programmi radiofonici. Ho scritto parecchio di Calvino. Scrivere quelle recensioni è stata la mia vera educazione.
«Falso movimento», il libro per cui ha ricevuto il Premio NordSud, l’ha scritto 35 anni fa: che idea ha di quel libro lontano?
«Falso movimento» non è nemmeno un libro. Era una sceneggiatura per un film di Wim Wenders.
E’ una sceneggiatura ispirata al «Wilhelm Meister»: le piaceva quel romanzo di Goethe?
Quello di Goethe è uno strano libro. Lui ci ha messo tutto ciò che aveva capito sugli uomini, sulla vita. Non esistono più libri di quel genere. E un romanzo di formazione, ma uno strano romanzo di formazione perché non ci sono praticamente personaggi. Tutti i personaggi sono uguali fra di loro, e nessuno di loro cambia nel corso del tempo. Ma forse aveva ragione Goethe.
Il film di Wenders le piace ancora?
E’ un film fatto un po’ con la mano sinistra. E’ difficile mettere in scena il personaggio di uno scrittore. Io non ci riuscirei.
Vorrebbe scrivere ancora per il cinema?
Ho scritto una sceneggiatura che si intitola Kali. No, non penso di dirigerla. Per la regia ho pensato a Wenders, ma lui adesso ha qualche difficoltà a dirigere un film. Kali è una storia d’amore strana in cui è la donna a scegliere l’uomo. E l’uomo è molto spaventato da questo perché pensa che, se si innamora di questa donna, morirà.
Si è celebrato da poco il ventennale della caduta del Muro di Berlino: che cosa pensa della riunificazione della Germania?
Che è una buona cosa nonostante tutto.
Nonostante che cosa?
(sorride) Nonostante tutto.
C’è qualcosa che detesta nella vita di oggi?
Tutto. So che dovrei ridere anche in mezzo al rumore e alla bruttezza della gente che ci circonda. Mi sento colpevole se non rido. Così come mi sento colpevole quando vado al cinema; e anche quando non ci vado. Ma più che di colpa, si tratta di cattiva coscienza. A proposito sempre di cinema, è lì che ho i miei fari nella vita. Parlo di registi come Fellini, Antonioni, Ford, Ozu. Lo sa che sono tre mesi che non vado più al cinema?
Perché?
E’ sempre così: da settembre a novembre per me è tempo di funghi. Vado nel bosco vicino a casa, a pochi chilometri da Parigi, e lì per tre o quattro ore, ogni mattina sul tardi, cerco i porcini. Mia moglie a volte non li cucina nemmeno. Li mettiamo nei vasetti a essicare e poi, d’estate, ci facciamo le minestre. Adesso, però, è finita la stagione dei funghi e posso ricominciare ad andare al cinema.
Perché le piace andare per funghi?
Sto bene nei boschi. Non mi annoio mai. Sarò un pervertito (sorride, ndr). Ma ci sono perversioni peggiori di questa. Non crede?
Qual è il suo stato d’animo attuale verso il mondo: ottimistico o pessimistico?
Né l’uno, né l’altro. Odio sia l’uno che l’altro sentimento. Adesso vorrei solo ridere. La pazienza, quella sì, è la cosa più importante per gli uomini. Quando sono paziente riesco anche a scovare l’anima nelle persone che mi passano accanto, a trovare la vita autentica.
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