La prigionia che unì marsicani e rumeni

4 Novembre 2018

Un campo di internamento tra i più importanti sorse ad Avezzano nel 1916

AVEZZANO. Il 4 novembre 2018 si chiudono le celebrazioni del centenario della Grande Guerra, che lacerò il vecchio continente per quattro anni dal 1914 al 1918. L’Italia, che si inserì nel conflitto nel 1915, affrontò l’austriaco coinvolgendo i propri giovani provenienti da ogni parte della Penisola. A mezzo secolo dalla conclusione del cammino unitario, per la prima volta, i ragazzi italiani si trovarono in condizione di poter constatare le differenze linguistiche e culturali che intercorrevano tra regioni lontane del Paese, unendo i propri destini nel gelo degli scenari montani del fronte settentrionale.
Tuttavia, la storia della prima guerra mondiale in Italia assistette anche alle vicende di quello che qualcuno chiama «fronte interno», vale a dire le zone del Paese distanti dal fronte vero e proprio nelle quali comunque si toccarono con mano gli effetti del conflitto. Tra queste località figurava la cittadina abruzzese di Avezzano, ove nel 1916 venne costruito un campo di internamento per prigionieri provenienti dall’impero austro-ungarico che si rivelò tra i più importanti nel panorama concentrazionario italiano. Il fatto che fu proprio il capoluogo della Marsica ad esser scelto per la predisposizione dei lavori, dipese dal calo vertiginoso di manodopera dopo il sisma del 1915.
Il campo, realizzato nella parte nord della città dove oggi sorge a ricordo il nuovo quartiere del “Concentramento”, ospitò quindicimila prigionieri ungheresi, austriaci e rumeni che vennero impegnati nei lavori di ricostruzione della città a seguito del terremoto e, successivamente, nei campi del Fucino.
Il risentimento dei braccianti locali fu evidentemente comprensibile, constatata l’ondata di manodopera a basso costo o a costo zero che dal campo di prigionia invase l’altopiano per la gioia del principe Torlonia e di tutti i proprietari terrieri coinvolti. Nei rapporti lavorativi e più in generale nella socialità cittadina furono però i prigionieri rumeni a stringere i rapporti più duraturi con gli abitanti della Marsica, le cui simpatie verso i nuovi arrivati derivavano, tra le altre cose, da una minor difficoltà comunicativa rispetto a quella riscontrata con austriaci ed ungheresi.
Proprio la porzione rumena del campo fu la protagonista d’un evento straordinario nel corso del conflitto. Nell’aprile del 1918 a Roma si tenne un congresso a sostegno delle nazionalità oppresse dell’impero austro ungarico, evento da cui la delegazione di riferimento ottenne l’autorizzazione a formare un corpo armato rumeno autonomo che ebbe in Avezzano il proprio centro organizzativo: così nacque la Legione Romena d’Italia.
Dai restanti campi di internamento della Penisola i prigionieri rumeni iniziarono ad affluire verso la Marsica ed in poco tempo la legione divenne operativa, prendendo parte ad alcune tra le più importanti offensive come la Battaglia di Vittorio Veneto che sancì la fine delle ostilità nel fronte italiano.
A guerra finita, il campo di Avezzano venne smantellato nel 1920 e definitivamente chiuso dopo il secondo conflitto mondiale, durante il quale alcuni stabili rimasti ospitarono prigionieri indiani ed inglesi.
A cent’anni dalla fine della Grande Guerra è doveroso rievocare una pagina così poco conosciuta della storia abruzzese e, per esteso, di quella nazionale; della realtà concentrazionaria marsicana oggi rimane il contributo dei prigionieri in molte delle abitazioni cittadine, l’estesa pineta piantata nella parte settentrionale della città ed un villino ispirato alle architetture europee d’inizio novecento che probabilmente fu la sede degli uffici militari ed il centro organizzativo del campo.
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