La ricetta Latouche «Tutti più poveri per essere sereni»

Il profeta francese della decrescita felice all’ateneo dell’Aquila: il capitalismo è impazzito
L’AQUILA. Matteo Renzi capisce meno di un bambino e l'Europa è un grande fallimento. Pier Paolo Pasolini? Un precursore della decrescita. Che non si deve definire “felice”, besì serena. Serge Latouche, 76 anni, economista e filosofo francese, professore emerito di Scienze economiche all’Université d’Orsay di Parigi e tra i principali animatori del movimento antiutilitarista nelle scienze sociali, è arrivato all’Aquila, ieri mattina, un po' febbricitante nell'aula magna di Scienze umane stracolma di gente. Si è seduto dopo mille saluti lasciati in un fil di voce con il suo profondo accento francese, in mezzo ai relatori, tra cui la rettrice Paola Inverardi, la docente di Pedagogia dell’inclusione degli adulti, Silvia Nanni, il professore di Critica letteraria, Massimo Fusillo e quello di Geografia Luigi Gaffuri, stringendo in mano un boccetto di sciroppo omeopatico lasciato sul tavolo e dal quale nelle tre ore di conversazione sul tema “Educare alla decrescita” beveva, ogni tanto, un sorso. Cercherà anche oggi di sfidare l'influenza all'università D'Annunzio di Pescara per parlare della teoria della decrescita, che addita la globalizzazione come “mercificazione”, mentre il libero scambio «è come la libera volpe nel libero pollaio». Un sistema basato sull'austerità e sul capitalismo sfrenato che rende i popoli dipendenti da bisogni sempre nuovi.
Guai, però, a confondere la decrescita - che ha l'obiettivo «non di stare sempre meglio, ma di vivere bene» - con il ritorno bucolico al passato. «La parola “locale” mi pare una parola tossica», ha detto Latouche, «un compromesso storico che distrugge totalmente il “piccolo”. Del locale rimane soltanto il folclore».
Più simile a un vip che a un filosofo, al termine del convegno, Latouche è stato assediato dagli studenti e da tanta altra gente per un autografo su uno dei suoi libri (tra gli ultimi "L’economia è una menzogna").
Professor Latouche, come si attua nella vita quotidiana la decrescita economica?
«Si deve ritrovare il senso dei limiti, fare i conti con i bisogni, quelli veri e non inventati dall'economia, siamo vittime della colonizzazione dell'immaginario attraverso i media, perché ci inculcano la propaganda sfrenata per il consumo. Allora si devono creare iniziative come il “gruppo di acquisto solidale” che è già molto diffuso, senza immaginare una regressione o un impoverimento, ma slegandoci dal possesso e dal consumismo dei beni materiali. Anche nella nostra vita quotidiana possiamo scegliere di perseguire il bene comune, il rispetto della natura, la convivenza ispirata alla ragionevolezza».
La decrescita che lei teorizza ha a che fare con la vita delle società contadine di meno di un secolo fa, quando ancora si viveva secondo i ritmi della natura e delle proprie forze?
«La decrescita, che non chiamo “felice” perché la felicità è una cosa misteriosa, per cui direi piuttosto la decrescita serena, sostenibile, non vuole che si torni indietro; ma si tratta di uscire dall'incubo della società insostenibile della crescita e dell'austerità della crisi non per fare la crescita, ma per vivere bene e dare a tutti un lavoro. Non vogliamo continuare questa guerra economica senza limiti».
Come realizzare questo percorso?
Deve essere la società civile a organizzarsi, senza il mercato e senza lo Stato. Anzi: contro il mercato e contro lo Stato».
La vicenda italiana del salva-banche che ha portato a bruciare centinaia di milioni di risparmi: e' anche questo l'effetto di un capitalismo sfrenato?
«Direi che il capitalismo ha realizzato il suo concetto di fare denaro per il denaro, di cui è parte anche il sistema bancario, che porta alla distruzione del pianeta e del tessuto sociale. Siamo a una svolta nella storia dell'umanità: o evolviamo nel senso della decrescita, o sarà il caos».
Abbiamo speranze che l'europa cambi la sua politica in direzione della decrescita?
«Con l'Europa non ho più nessuna speranza, ma credo che l'Unione europea stia per autodistruggersi. L'Inghilterra è pronta a uscire. Dobbiamo ripensare l'Europa, che deve diventare più un concetto culturale non basato sul mercato».
Lei ha più volte definito il pil funzionale solo a logica capitalista: come si può farne a meno se serve anche per pagare le tasse e quindi sostenere il welfare?
«Si deve recuperare l'autonomia, che è una cosa diversa dalla sovranità, perché quest'ultima ha portato all'incubo della globalizzazione finanziaria priva di regole etiche in cui viviamo. In riferimento, ad esempio, all'Inghilterra, noi dobbiamo partire dal basso per riappropriarci della moneta, un bene comune che non dev'essere lasciato alle banche private».
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