La scomparsa di Majorana diventa uno spettacolo teatrale

21 Marzo 2019

ROMA. «Non solo uno scienziato, ma anche un filosofo, un uomo con un grande senso di libertà e un intero universo dentro». Non risparmia entusiasmo Loredana Cannata, raccontando di Ettore Majorana,...

ROMA. «Non solo uno scienziato, ma anche un filosofo, un uomo con un grande senso di libertà e un intero universo dentro». Non risparmia entusiasmo Loredana Cannata, raccontando di Ettore Majorana, il genio della fisica nucleare e della meccanica quantistica, anima con Enrico Fermi dei Ragazzi di via Panisperna. Era il 27 marzo 1938, 80 anni fa, quando a soli 32 anni svanì nel nulla. Suicidio, fuga, scelta monastica? Il giallo ha animato per anni cronache e dibattiti, almeno quanto la portata delle sue intuizioni sull'atomo, senza però mai davvero arrivare alla parola fine. Oggi la sua storia torna ora in scena con “La scomparsa di Majorana”, testo ispirato al libro di Leonardo Sciascia del 1975, in prima nazionale al Palladium di Roma da oggi fino a domenica, con la regia di Fabrizio Catalano che dello scrittore è nipote (30 -31 marzo ad Agrigento e in tournée la prossima stagione). Per la Cannata i panni di Laura Fermi, la moglie del premio Nobel, mentre Alessio Caruso è (il presunto) Majorana, con Roberto Negri e Giovanna Rossi. In scena, tutto accade in una notte tra il 5 e il 6 agosto del 1945, in un ospedale di provincia. Un uomo, avvolto in una tunica da certosino, rifiuta di rivelare la propria identità. Il commissario di polizia è convinto che sia Majorana, al quale ha dato a lungo la caccia. Viene allora chiamata Laura Fermi per provare un'identificazione.
«L'idea», racconta l'attrice, «era di tornare a riflettere sulla figura di uno scienziato, le cui idee sono ancora così attuali, ma forse poco conosciute. Io stessa ho riscoperto non solo la sua genialità, ma anche la filosofia che animò il suo operato. Un uomo che aveva dentro l'universo che arrivava a spiegare cose inspiegabili, per altro con grande facilità. Ma che soffriva la popolarità, il successo, i riconoscimenti, le pressioni familiari perché arrivasse al Nobel. Si dice che avesse intuito con grande anticipo il pericolo della bomba atomica e che abbia preferito rinunciare a tutto, pur di non collaborare a un'invenzione tanto mortale. D'altronde, come diceva lui, uno scienziato deve essere anche un po’ filosofo, altrimenti sarà solo un ingegnere quantistico». Sciascia sposa la tesi che Majorana, partito in nave da Palermo ma apparentemente mai approdato a Napoli, abbia voluto estraniarsi dal mondo prima che questo precipitasse nel baratro. «Anche Papa Wojtyla», conclude la Cannata, «nel 1984, alla Certosa di Serra San Bruno in Calabria, disse che quel convento aveva ospitato lo scienziato».
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