“La settima lapide” Noir che non dà tregua «Conosco il crimine»

Oggi la presentazione all’Aquila del romanzo di De Amicis teramano, capo di polizia penitenziaria e scrittore per ragazzi
TERAMO. In un piccolo cimitero fuori Napoli vengono trovate un mattino di gennaio sette fosse scavate di fresco. Ognuna ha una lapide con nomi e cognomi, ma solo la prima è occupata: un piccolo camorrista con la gola tagliata. Le altre sei tombe sono vuote. Destinate a uomini più o meno importanti della camorra, ma tutti assassini. L'ultima è per il temibile Michele “Tiradritto” Vigilante, appena tornato in libertà dopo vent'anni di carcere. Intanto 'o Schiattamuorto ha già iniziato il suo rosario di omicidi e tutti si chiedono chi sia.
Esordisce così “La settima lapide” di Igor De Amicis, avvincente romanzo pubblicato da DeA Planeta (408 pagine, 16 euro), sezione narrativa della storica casa editrice De Agostini, che sarà presentato oggi pomeriggio all’Aquila, (ore 17.30, sala polifunzionale “Arnaldo Leoni”, in via XX Settembre).
De Amicis, teramano, commissario capo di polizia penitenziaria, vice comandante della casa circondariale di Teramo a Castrogno, scrive di un mondo che conosce.
E ciò è evidente nelle pagine di questo libro ben scritto, che fonde thriller e giallo, poliziesco e noir con alcuni picchi pulp, e procede con ritmo inesorabile. A rendere la storia incalzante la concentrazione della trama in appena due settimane, dal giorno in cui vengono trovate le lapidi e Tiradritto esce di galera fino alla nemesi finale.
Ma questo tempo circoscritto si espande attraverso i flashback della vita del protagonista, in carcere e prima del carcere, in un montaggio alternato che ne illumina man mano il passato violento e svela cosa sospinge Michele Vigilante verso un destino di vendetta e espiazione. Se fosse un film, e il libro di Igor De Amicis si presta a una trasposizione, “La settima lapide” sarebbe un revenge movie. Senza redenzione, però. Anche se il sottofinale, collocato tre mesi dopo, offre una speranza ad alcuni personaggi minori. Di più non si può dire per non svelare l’epilogo.
Sorprendente, come nella migliore tradizione gialla. Si può dire almeno che nei capitoli del romanzo, ognuno introdotto da un pertinente brano di un classico della letteratura (libri letti da Tiradritto in carcere), l’autore padroneggia struttura e meccanismi narrativi, descrive con efficacia ambienti e situazioni, dal carcere al commissariato ai giri della malavita, e caratterizza molto bene i personaggi, in particolare tutto un orrido campionario di camorristi e 'ndranghetsti.
«I criminali li conosco davvero, non li ho visti in tv. Certi codici di condotta li vedo tutti i giorni. Per esempio, un'espressione come “lo zì” (lo zio, ndc), con cui i detenuti più giovani si rivolgono a Michele, viene effettivamente usata in carcere come forma di rispetto verso chi ha uno spessore criminale maggiore», spiega De Amicis al Centro «Sicuramente il mondo del carcere mi ha dato il background per costruire la storia».
Quando è nata la storia?
«Ho iniziato a scrivere il libro nel 2014. L’idea era nata da qualche mese. La stesura si è interrotta spesso perché nel frattempo scrivevo con mia moglie Paola i libri per ragazzi, su commissione. “La settima lapide” invece non aveva un editore dietro. Conoscevo però Stefano Izzo, responsabile editor per la narrativa italiana della De Agostini. Quando era alla Rizzoli aveva pubblicato nella collana e-book “Youcrime” il mio racconto “‘O primario”, secondo nel contest Rizzoli - Corriere della Sera. Mi disse di chiamarlo quando avessi scritto una cosa più corposa. Gli ho mandato il romanzo, dopo 11 giorni mi ha chiamato».
Quale personaggio è nato per primo?
«Michele. Mi interessava molto questa persona che per vent'anni ha avuto la vita congelata, ha vissuto dentro una bolla. Quando esce dal carcere deve riprendere la sua vita dove l’aveva interrotta, ma nel frattempo lui è cambiato. Anche il mondo esterno è cambiato. Deve affrontare difficoltà anche minime, come gli euro. Mi è capitato un detenuto che mi ha detto: “Commissa’ mi fai vedere gli euro?”».
Tiradritto è ispirato a persone reali?
«Riunisce tanti elementi di persone diverse che conosco, ma non è detto che siano detenuti. L’ispettore della matricola, all’inizio del libro, è l'unico personaggio reale, è il nostro ispettore a Castrogno, l’ho messo sano sano».
E che ha detto?
«Si è fatto una risata».
Come hanno accolto il libro i suoi colleghi?
«Bene. Non solo a Teramo. Anche altri commissari, agenti, ispettori di altri istituti l’hanno apprezzato. Un collega di Chieti mi ha detto: “Ho rivisto i miei due anni a Poggioreale”».
In carcere Michele fa, grazie alla lettura, un percorso di consapevolezza di sé e del male fatto. Avviene anche nella realtà?
«A Teramo la biblioteca del carcere è frequentata, ma non frequentatissima. Lettori ci sono, ma pochi lettori forti. È una situazione che rispecchia la realtà esterna. Poi però ci sono persone che fanno un percorso di rieducazione, grazie agli strumenti che il carcere predispone. Sta all'individuo accoglierli. Molti riescono a recuperare la propria vita, e quando ci riescono ti dicono: “Io in carcere non ci torno più”».
Scrivere del male è un meccanismo per difendersi da un lavoro non facile?
«Più che i thriller sono i libri per ragazzi la valvola di sfogo. Sono due mondi separati che viaggiano paralleli. Alla base c’è da sempre la passione per la scrittura. Avrei scritto anche se avessi fatto l'impiegato del catasto».
Quando scrive?
«La sera, quando mio figlio di 13 mesi va a dormire. E il fine settimana, sempre dopo che lui si è addormentato. Prima me la prendevo comoda. Adesso un'ora libera mi sembra oro».
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