La terra d’Abruzzo e “Il sangue di Francesco”

Lo studioso aquilano Massimo Santilli raccoglie in un saggio storia e devozioni delle reliquie ematiche del santo di Assisi
PESCARA. L’Abruzzo è terra francescana quanto l’Umbria, dove vide la luce, fondò il suo ordine e prevalentemente operò il grande santo di Assisi. Ce lo conferma lo studioso (storico, antropologo, etnologo) abruzzese Massimo Santilli, di Castelvecchio Subequo (AQ) in questo appena edito volume intitolato “Il sangue di Francesco” (2019, ATS edizioni, p. 253, con prefazione di Grado Giovanni Merlo) in quanto l’Abruzzo è stato terra di “Passi di pace e di perdono” – per usare il titolo di una sua precedente opera sempre in tema di francescanesimo.
In particolare fu la valle subequana, un tempo ricadente nei dominii dei conti di Celano, ad essere attraversata da san Francesco in almeno uno dei due viaggi del 1215/’16 e del 1221/’22 che tradizionalmente gli si ascrivono nell’attuale Aquilano. E già il fatto che Santilli, pur innamorato della sua valle così carica di memorie e devozioni del santo, distingua con precisione ciò che trova fondamento documentale da altre meno sicure attestazioni dà la prova del rigore con cui si è mosso nel libro.
Il rigore d’altronde era indispensabile per il tema che è quello delle reliquie ematiche, cioè del sangue di san Francesco, conservate in 10 sedi in Italia e cioè, oltre che nel santuario della Verna e ad Assisi, a Padova, Bologna, Castelbolognese, Ascoli Piceno, Piedimonte Matese , Napoli, Roma e naturalmente a Castelvecchio Subequo, sede questa tra le più importanti dal punto di vista culturale e alla quale ben 70 facciate vengono riservate nel volume. Il sangue era quello che il santo perdeva dalle stimmate, esemplate su quelle del Cristo (alle mani, ai piedi e al costato) e che i confratelli avevano modo di raccogliere in precise occasioni: quando tamponavano le stimmate con pezzuole e garze, poi gelosamente conservate e poste in teche: tenerissimo, nella sua crudezza, tra tutti gli episodi di raccolta del sangue di cui dà conto Santilli, è quello in cui Leone, confratello prediletto da Francesco, gli causa un tale involontario dolore nel rimuovere le bende dalle piaghe che il santo quasi grida e gli si aggrappa al petto per sostenersi; ed ecco che un’improvvisa dolcezza attraversa, dalle mani del santo, tutto il corpo di Leone che lo sta medicando.
Queste pezzuole ridiventano vivide e i grumi si fluidificano in occasioni particolari che si susseguono a distanza di decenni o secoli. L’ultima, verbalizzata coi nomi di chi vi assistette, sarebbe occorsa 6 anni fa, nel 2013, a Castelvecchio Leggenda? Forse. Santilli chiosa ogni episodio dando conto di ciò che è da ritenersi leggenda e di ciò che è storico. Così a Castelvecchio è secolarmente attestata, nella chiesa francescana, l’altra secolare devozione dell’auscultazione del bollore del sangue (mettendo la testa nella nicchia del vecchio altare dove esso era conservato), per ottenere la guarigione dal mal caduco o epilessia. Tutto il libro è percorso da una serietà e da un equilibrio che fanno onore a questa nuova tessera del mosaico francescano.
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