Lacrime e risate, la ribellione di “Vecchiaccia”

Debutta domani al Comunale di Popoli, con la regia di Di Scanno, il testo di Stefano Benni che parla di solitudine e memoria
POPOLI. «Tra lacrime e risa, la ribellione di una donna alla solitudine dell’essere anziani». Così si presenta “Vecchiaccia”, monologodel principe dell’ironia Stefano Benni che fa parte della raccolta “Le Beatrici” che ne presenta tre, tutti dedicati alle contraddizioni del femminile. Claudio Di Scanno, regista e attore abruzzese, anima del Drammateatro di Popoli, ha ripreso questo testo graffiante e struggente .
Il debutto al teatro Comunale di Popoli domani, 8 marzo alle ore 21 (repliche mercoledì 9 sempre alle 21 e il 10 alle 18,30), in occasione della Giornata internazionale della Donna e come prologo alla quinta edizione di “Ur-Fest – Il Teatro della Città” promosso da Drammateatro e Comune di Popoli. Di Scanno cura la regia e drammaturgia ed è in scena con la giovane Rebecca Di Renzo e con un contributo registrato di Susanna Costaglione. Una messa in scena ironica e tagliente in uno spazio scenograficamente evocativo e denso di natura, tra piante e uccellini cinguettanti. La storia racconta della vita passata e presente di una donna anziana, parcheggiata in una casa di riposo in attesa della dipartita. La giovinezza, l'età matura, il matrimonio, la maternità, la vedovanza, la decadenza della propria bellezza: la vita di una donna che è la vita di ogni donna. Vecchiaccia però, non si è fatta spezzare dagli eventi – neppure da quelli più tragici – che hanno attraversato la sua esistenza. Ha una forza indomita che la anima e che non le permette di andarsene, nonostante il suo corpo stia cedendo e la sua memoria le giochi brutti scherzi. È il dramma di una donna che giace immobile in una stanza buia e ricorda la vitalità e la bellezza della gioventù e lo fa sempre con lo stile comico di Benni. Il modo di esprimersi di questa malinconica signora è crudo, da pugno nello stomaco. Su tutto aleggia l’ombra della solitudine dell’anziana che non viene vista altrimenti che come un posto a tavola in una casa di riposo persa in mezzo agli alberi, nascosta dalla città. E allora lei urla, urla forte, fortissimo e per un istante, piccolo, la gente si accorge di lei provocandole un senso di insano godimento.
«C'è un particolare preciso nel testo di Benni che apre, con la chiave del senso, tutto l’impianto narrativo sostanziale», si legge nelle note di regia, «è l’attimo in cui dal corpo in disfacimento di Vecchiaccia emerge quello di lei da giovane. Il corpo bellissimo di una giovane donna. Gli indizi letterari sono in tal senso ricorrenti, ma lì in quel punto Benni indica questo ritorno alla bellezza del corpo giovane con una precisa indicazione: Si alza in piedi, a braccia aperte, ed è bellissima. Una immagine/tempo dal segno del doppio, aggiungerei perturbante. E d’altra parte, è forse il deterioramento del corpo ad essere veicolo di memoria, laddove esso è sinonimo di vecchiaia come corpo/tempo, e quindi rincorsa malinconica alla giovinezza perduta».

