Laudomia Bonanni il potere vitale della donna

Oggi all’Aquila la presentazione del libro di Liliana Biondi sulla scrittrice abruzzese «Con i suoi romanzi esplorò il mondo femminile per scoprirvi dimensioni nuove»
«Centodieci anni or sono, nel 1907, nasceva Laudomia Bonanni e quindici anni fa, nel 2002, lei ci ha lasciato. I due anniversari mi hanno esortato a raccogliere le poche carte da me scritte in varie occasioni su di lei e sulla sua opera, alcune edite, altre rimaste nel cassetto. Nel rileggerle, mi è sembrato conservassero fondatezza, peculiarità e coerenza; soprattutto, esse non ripetono né contrastano, ma consolidano gli studi finora svolti sulla scrittrice aquilana, la quale col suo realismo spesso surreale scava ed esplora un insolito, diversificato e poetico mondo femminile per scoprirvi dimensioni nuove e insospettate».
Liliana Biondi racconta così il suo incontro con Laudomia Bonanni, la scrittrice aquilana scomparsa nel 2002 all’età di 95 anni, vincitrice, nel 1960 del Premio Viareggio, con il romanzo “L'imputata” e nel 1964 del Campiello con “L’adultera”. Già docente di Critica letteraria dell’università dell’Aquila e membro della giuria del Premio Bonanni, Liliana Biondi è l’autrice di un libro, una monografia critico-interpretativa intitolata “Laudomia Bonanni. Il potere vitale della donna” (One Group Edizioni), che sarà presentato, oggi alle 18, nell’Auditorium Sericchi all’Aquila. La presentazione del libro è affidata a Carlo De Matteis, professore ordinario di Letteratura moderna e contemporanea dell’università dell’Aquila, e a Flavia Stara, docente ordinario di Pedagogia generale e sociale dell’università di Macerata. Ugo Capezzali leggerà alcuni passi del libro.
Il volume raccoglie cinque saggi sulla Bonanni nati autonomamente in occasioni e in tempi diversi, tra il 1996 e il 2014, ma che nel loro insieme tengono unita l’intera opera della scrittrice aquilana: dopo un excursus, che inquadra la narrativa della Bonanni in ambito storico e culturale e ne delinea l’asse tematico principale, si analizzano i romanzi “L’imputata” (del quale la Biondi ha curato una prima riedizione nel 2007) e “Le droghe”; ci si addentra, quindi, nell’esame del primo volume di elzeviri e di critica; si riepilogano, infine, nell’appendice, altri interventi e attività legati alle iniziative bonanniane, delle quali Liliana Biondi è stata protagonista. «Il titolo del libro», spiega Biondi, «sintetizza quella che è l’essenza della poetica della Bonanni, la quale ha come unica protagonista dell’intera sua opera letteraria la donna, spesso madre, e con lei i giovanissimi, dall’infanzia alla prima giovinezza, senza che tuttavia la sua produzione possa considerarsi circoscritta ad un ambito prettamente educativo o destinato ai soli ragazzi. La funzione della figura femminile nell’opera della scrittrice aquilana non si esaurisce mai, in ogni singolo racconto o romanzo, con la conclusione della trama; ma, come avviene nei grandi narratori, mantiene una sua linea costante dal primo racconto, edito quando era maestrina 17enne, all’ultima sua opera: sia che si consideri tale il romanzo “Le droghe”, del 1982, l’ultimo da lei pubblicato; sia che ci si riferisca a “La rappresaglia” (quasi sicuramente il romanzo inedito di fine anni ’40, “Stridor di denti” - mai ritrovato- rivisitato poi a mo’ di romanzo-testamento), la cui pubblicazione, rifiutatale nel 1985 da Bompiani, presso cui aveva stampato quasi l’intera sua opera, vede la luce postumo, nel 2003, a cura di Carlo De Matteis. La linea costante, a mio parere», prosegue Biondi, «è data dalla piena certezza, per la narratrice, che la donna, pur sottomessa nei millenni dal dominio del potere maschile - sia esso familiare, politico, religioso, civile (e come tale il potere, in questo caso, riguarda la relazione tra persone) -, possiede, insita alla propria stessa natura femminea, lei che è generatrice di vita, un’innata qualità naturale, un innato potere vitale che, seppure inconsciamente, la portano a custodire e a preservare la vita anche quando essa non è madre di parto; e in quanto tale - come confermano alcuni studi antropologici -, a superare la morte stessa. La donna, “vittima” vivente, il cui ruolo fondamentale per millenni è stato (e in tanta parte del mondo lo è ancora) quello di parto-rire (che unisce due termini forti: partire e morire) e che, come tale, è stata ella stessa una sorta di morte vivente (si pensi al ruolo della Rossa nella “Rappresaglia”, la cui morte riporta ordine e pace tra gli astanti), riconsegna, convoglia e moltiplica quella stessa minaccia di annientamento che l’ha costituita come vittima; una vittima, padrona della vita».
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