“Le cose non dette”, quel nuovo ritratto generazionale di Muccino

2 Febbraio 2026

“L’ultimo bacio” a Tangeri: sempre sfrontato e impetuoso, il regista cattura con il suo nuovo film

PESCARA. Venticinque anni fa, il 2 febbraio 2001, usciva L’ultimo bacio e una generazione di italiani, quella dei trentenni di allora, scoprì il cinema “forsennato” di Gabriele Muccino. Non era un capolavoro, certo, ma il film riuscì in qualche misterioso modo a farsi manifesto di tutte le paure, dell’immaturità e delle insicurezze di chi, nato a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, faticava ad abbandonare l’adolescenza.

Nel nuovo film di Muccino, Le cose non dette, quell’ultimo bacio ora si consuma a Tangeri, in Marocco, ed è ancora Stefano Accorsi ad avvoltolarsi nelle sue crisi esistenziali: non più il rifiuto dell’età adulta, ma ormai della mezza età. È a questa generazione, terrorizzata dalle rughe e dalla pancetta che incombe, che parla il film, a quei trentenni di allora che un quarto di secolo dopo si trovano davanti a uno specchio a fronteggiare illusioni perdute.

Anche qui ci sono coppie in crisi. Carlo (Accorsi) ed Elisa (una splendida Miriam Leone), un matrimonio perfetto straziato dall’impossibilità di avere un figlio. Paolo (Claudio Santamaria), padre assente, e Anna (una meravigliosamente isterica Carolina Crescentini) madre iper possessiva dell’insofferente tredicenne Vittoria. Per cercare «di vedere la cose con uno sguardo diverso», si concedono una vacanza in Marocco, nella speranza di ritrovare ciò che s’è perduto. Anche qui c’è un libro, simbolo di seduzione intellettuale: oggi Il rosso e il nero di Stendhal, venticinque anni fa era il Siddharta di Herman Hesse. E ritroviamo tutti i temi mucciniani: la regia frenetica, le litigate furiose, la recitazione urlata, il maschio immaturo di fronte alla donna risolta e quello irrimediabilmente debole di fronte alla moglie arpia. Questa è una generazione di maschi spersi, scompigliati grazie all’inserimento nella storia di Blu, l’amante impetuosamente giovane, e Vittoria, bambina che vuole essere donna in innamoramento preadolescenziale.

I quattro (anzi i sei personaggi) li conosciamo attraverso i racconti in prima persona che fanno in quello che si intuisce subito essere un interrogatorio. Attraverso i resoconti alternati delle due coppie, la storia si dipana tra flashback e sguardi contrastanti. La commedia romantica sfuma in un sottinteso noir, nella scia del tradimento, tra narcisismi maschili, isterie femminili e le ossessioni di tutti.

Muccino è sfrontato come sa fare lui, nel mettere nel frullatore i temi di sempre: l’amicizia, la passione che obnubila, la coppia che si fa a brandelli tra urla, lacrime e musiche a palla. Ma di fronte a questa sua sfacciataggine, lo spettatore non può far altro che arrendersi, lasciandosi trascinare in quelle corse sudatissime, di Accorsi che corre per credersi giovane e per salvarsi, di Claudio Santamaria che corre per salvare, di Miriam Leone che corre per non essere salvata.

Muccino fa Muccino, mettendo a nudo gli istinti dell’animo umano, quelli in cui prima o poi ci riconosciamo tutti. Come L’ultimo bacio, neanche Le cose non dette è un capolavoro, ma è qualcosa che con i suoi impetuosi eccessi ci rapisce irresistibilmente e ci mette di fronte allo specchio. Quelli sullo schermo, un po’, siamo anche noi.

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