Le montagne di Cognetti «La vita al limite»

Lo scrittore Premio Strega all’Aquila «Vivere poveramente per essere più liberi»
Scegliere di vivere in montagna contro il logorìo della vita moderna. Si potrebbe sintetizzare con questo notissimo slogan pubblicitario – anche a rischio di banalizzare un po' il concetto – il messaggio che lo scrittore Paolo Cognetti, 40 anni, vincitore del Premio Strega 2017, ha lanciato, nei giorni scorsi, dall'auditorium Bper dell'Aquila durante la presentazione di “Otto Montagne” (Einaudi, 18,50 euro) libro che dopo uno strepitoso successo in Italia ora è tradotto in 39 lingue tra cui l’arabo.
Cognetti insieme al suo amico acquerellista Nicola Magrin (autore della copertina del libro e compagno di viaggio in Nepal da cui è nato un reportage pubblicato su Meridiani Montagne) ha ammaliato il pubblico aquilano (l'incontro è stato organizzato dal Cai Abruzzo) con la sua oratoria pacata, mai spigolosa, ferma su alcuni principi, il primo dei quali è la difesa della montagna per la quale – ha detto – va pensato uno sviluppo diverso. Cognetti, e lo ha ribadito anche all'Aquila, è contrario ai nuovi impianti, in particolare una funivia, in costruzione sul Monte Rosa, la montagna che affascina lo scrittore sin da bambino. Una frase condensa altrettanto bene la “filosofia” di Cognetti. Nel libro un montanaro a un certo punto dice: “Quando viene costruita una strada sulla montagna noi pensiamo che ci porti qualcosa, alla fine ci accorgiamo che ci sta togliendo qualcosa”. Prima dell'inizio del pomeriggio aquilano Cognetti – che vive per sei mesi l'anno in una baita sulle Alpi – ha risposto ad alcune domande del Centro.
Il libro “Le Otto montagne” racconta di come nasce il suo amore per la montagna che poi diventa il luogo dove scrivere e vivere. Lei ha detto “c'è bisogno di semplificare per vivere felici, di vivere con poco per essere liberi”. Come è nato in lei questo bisogno?
Io ho sempre sentito soprattutto il grande bisogno di libertà, più che il bisogno di cose, di sicurezza o di raggiungere degli obiettivi. Da bambino soffrivo molto la mancanza di libertà, intendo da bambino di città, d'appartamento, legato a regole e comportamenti precisi. A un certo punto, nella vita adulta, ho cercato di destreggiarmi fra il lavoro, i soldi e tutto il resto; poi ho fatto mio l'insegnamento che ci viene da tanti del passato e che cioè vivere poveramente significa essere più liberi, aver bisogno di poco significa poter fare la propria vita come la si desidera e ci credo molto in questo.
Lei però adesso è uno scrittore di successo e quindi se non ricco è sicuramente benestante. E' cambiato il suo rapporto con il denaro?
Si è vero, i soldi stanno arrivando, ne stanno arrivando tanti e sto cercando di usarli. Ho un progetto, quello di realizzare un rifugio alpino, ho comprato una vecchia stalla e tanti di questi soldi li spenderò lì. Vorrei costruire un rifugio che sia anche un circolo culturale. Vorrei comprare la baita in cui sono in affitto da tanti anni. Ho progetti di questo tipo. Molto legati alla montagna.
Nel suo libro c'è la storia di una grande amicizia, un sentimento, ha detto in una intervista, rarissimo soprattutto fra adulti. La montagna secondo lei aiuta anche a rafforzare i rapporti umani?
Sì, ma non tanto perché è la montagna quanto perché è la condivisione di una esperienza molto intensa, per esempio io e Nicola Magrin abbiamo passato quasi un mese a camminare sulle montagne fra il Nepal e il Tibet; condividere luoghi così, giorni così, rafforza il legame fra le persone, lo rende più intimo e questo l'ho sperimentato più volte.
Colpisce molto nel racconto la figura del padre che a un certo punto viene quasi ripudiato dal figlio. Eppure il protagonista, dopo la morte del genitore, lo va a cercare perfino sulle cime dei monti, nelle cassettine che contengono il quaderno in cui gli escursionisti lasciano la propria firma. Un filo rosso quindi più forte delle piccole e grandi miserie della vita?
Ho scritto tanto sull’adolescenza e mi interessa molto il momento in cui un ragazzo si definisce individuo, si definisce uomo, prende possesso della propria identità. Da figlio timido di un padre dal carattere molto forte c’è stato per forza di cose un passaggio di allontanamento e ribellione. Mi sarebbe piaciuto, e ho invidiato anche i ragazzi che ci sono riusciti, farlo in maniera più dialogica. Poi certo un po’ l’ho recuperato ma per Pietro – nel romanzo – e per me – nella vita reale – c'è sempre il conflitto fra la timidezza e il sentirsi un po’ più fragili di questi padri così forti e quindi è rimasta la necessità di “definirsi”, ma lontano da loro.
C’è un'altra figura, apparentemente sullo sfondo ma che invece regge il timone di tutta la storia, la madre. Una donna mai sopra le righe, capace di autodeterminarsi. Simile alla figura di Lara l'ex fidanzata del protagonista e poi moglie dell’amico. Donne forti. E' così?
Credo che le donne abbiano la capacità di essere molto più attente alle relazioni, molto più capaci di gestirle in maniera delicata in un mondo in cui questi uomini sono tutti un po’ goffi, si muovono come dei pachidermi nella cristalleria, mentre nelle donne c'è questa delicatezza, capacità di ascoltare, di osservare, qualità che può imparare anche un uomo ma che nelle donne che ho conosciuto mi sono sembrate innate. E per me sono qualità invidiabili.
Sia nel romanzo che nel recente reportage dal Nepal lei non cerca mai di dare l’idea dell'alpinista eroe che sfida la montagna senza paura. Anzi racconta di aver sofferto di mal di montagna, in Nepal più volte si è sentito male e lei non nasconde nulla del suo malessere. E a un certo punto si interroga: ma che ci faccio qui? Come se quei luoghi le appaiano all’improvviso estranei. Ha spesso questa sensazione?
Mettersi alla prova per me fa parte del senso profondo dell’esplorazione anche quando sai che sei in situazioni difficili. Non mi metterei mai alla prova che so, catapultandomi in una megalopoli; nella montagna c'è qualcosa che mi affascina, che mi commuove, in questo viaggio in Nepal ho provato momenti di grande commozione – quasi alle lacrime – e una gioia profonda. C’è poi la sensazione di essere in una situazione al limite in quello che è il confine tra lo star male e il desiderio di scappare via da lì. Per me è importante ogni tanto andare a vedere come si sta su quel limite per capire di che pasta sei fatto e per tornare a casa un po' più forte perché sei consapevole di aver superato una cosa difficile.
Nel libro i cosiddetti social compaiono pochissimo anche quando il racconto attraversa anni recenti. Lei che rapporto ha con le nuove tecnologie?
Chiaramente nell'ultimo anno sono al centro di un sacco di attenzioni per cui la comunicazione è diventata molto più invadente ma nonostante questo cerco di non usare i social, forse non sono adatto a quegli strumenti, preferisco altre modalità, mi piacciono molto le lettere ad esempio e ho scoperto di recente il piacere di telefonare agli amici, cosa che non avevo mai fatto prima. Parlare, o scrivere delle lettere, è molto diverso che scrivere messaggini.
Vivere in montagna, anche come momentanea esperienza, può essere una cosa da consigliare a un ragazzo che comincia a guardare al suo futuro?
Sì , credo che a tutti noi, ragazzi o non ragazzi manchi moltissimo il legame con la terra che è qualcosa che ci appartiene, siamo fatti di terra, ce ne siamo allontanati così tanto che persone come me nate e cresciute in città come Milano potrebbero passare la loro vita senza mai entrare in un bosco.
In questo richiamo alla terra, alla civiltà contadina c'è anche qualcosa di pasoliniano?
Certamente, sì.
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