«Le ricette di Artusi per risolvere il giallo della vita»

Lo scrittore del “Borghese Pellegrino” incontrerà il pubblico stasera a Castelbasso
Un giallista affermato e l’inventore della gastronomia si incontrano ancora per risolvere un mistero, il classico omicidio della camera chiusa. Il pisano Marco Malvaldi, tra gli autori più letti in Italia, fa nuovamente di Pellegrino Artusi, autore nel 1891 di “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”, il protagonista di un suo romanzo giallo. Dopo “Odore di chiuso”, 200mila copie nel 2011, il famoso gastronomo torna a investigare nell’ultimo avvincente libro di Malvaldi “Il borghese Pellegrino”, pubblicato, sempre da Sellerio, nel bicentenario della nascita del celebre cuoco e gourmet.
Malvaldi ne parlerà stasera a Castelbasso (ore 21.30), ospite della manifestazione organizzata dalla Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture, nella sezione curata dal Festival di libri e altrecose di Pescara. Converserà con Vincenzo D’Aquino, direttore Fla.
Malvaldi, già stato in Abruzzo?
Sono stato a Pescara un paio di anni fa proprio al Fla. Conosco L’Aquila. Uno dei miei migliori amici è di San Salvo, ho passato lì varie estati. Conosco San Buono, Liscia e altri posti sui monti. L’Abruzzo è come la Toscana, mare, collina, montagna a poca distanza.
Perché il titolo “Il borghese Pellegrino?
Scimmiotta po’ “Il borghese gentiluomo” di Molière. Pellegrino Artusi non è nato nobile, deve l'agiatezza al commercio di sete. Il suo amico Paolo Mantegazza, fisiologo di fama internazionale, presente anche lui nel romanzo, diceva di Artusi che era in grado di coniugare la grammatica dell’onestà coi verbi irregolari del commercio.
Per la seconda volta Artusi è protagonista di un suo romanzo giallo. Cosa la attira di lui?
È un personaggio completo, uno sperimentatore attento e curioso, erudito ma per passione. Leggeva saggi, seguiva conferenze universitarie. A settant’anni voleva ancora migliorarsi e accettava di imparare da chiunque potesse insegnargli qualcosa. Non rifiuta nulla in principio, legge, guarda, prova, accetta consigli, verificando però. Anche in cucina sperimenta le ricette inviategli da tutta Italia prima di pubblicarle.
Perché farne il protagonista di due trame gialle?
Perché Artusi si muove nel periodo storico, fine Ottocento, in cui nasce il romanzo giallo, genere positivista per definizione. Si riteneva che attraverso l’intelletto si potesse capire e risolvere tutto. In quegli anni nascono investigatori come Sherlock Holmes, che usa il metodo deduttivo. A me interessava uno come Artusi che invece coltiva il dubbio. Lui pensa non solo a “come” risolvere il mistero ma “se” è possibile risolverlo e quali ingredienti occorre conoscere per arrivare fino in fondo. È molto moderna la sua consapevolezza che quello che si sa può non essere sufficiente a capire.
È la sua formazione scientifica che parla? Lei è ricercatore di chimica e farmacia. E nei suoi libri la conoscenza di queste materie è decisiva nella soluzione dei casi.
Lo studio delle materie scientifiche, la ricerca, il laboratorio mi hanno fatto crescere. Da giovane, come tutti, ero presuntuoso. Gli studi scientifici mi hanno fatto capire che si fanno errori, si può sbagliare e quando questo accade ci si deve correggere e da lì si può migliorare.
Cosa penserebe Artusi dell'attuale mania per il cibo?
Artusi sarebbe contento, forse non gli piacerebbe la cucina in tv, lui vorrebbe assaggiare. Anch’io sono contento del successo del cibo, esagerazioni a parte. Il cibo e la chimica sono quasi la stessa materia. La chimica è cucina, a parte ricordarsi di non assaggiare alla fine dell’esperimento.
Lei cucina?
Mi piace cucinare i primi e amo le cotture lunghe, brasati, stufati, che richiedono che tu stia lì a girare, assaggiare, correggere.
Dal 2007 ha dedicato ai Delitti del BarLume sette romanzi e una raccolta di racconti. Dove ha preso l’ispirazione per il barista e i quattro vecchietti detective?
Molto dalla vita reale. Come tutti gli italiani passo molto tempo al bar. Il caffè, il giornale, due chiacchiere, il bar è un luogo democratico e vero. Spesso, perciò, la sensazione di sicurezza data da questa comfort zone, porta a chiacchiere e confidenze che altrimenti non si farebbero.
Il suo metodo di lavoro?
L’idea può venire in modi disparati, ma la trama è sempre la modifica di una realtà che mi ha incuriosito. Mi dico: “Come sarebbe ganzo se invece che così fosse andata cosà”, e da lì inizio a ricamarci sopra. Il giallo è un libro costruito al contrario, si parte dalla fine perché tutto si incastri. Alcuni miei gialli devono la trama a mia moglie Samantha Bruzzone. Tra l’altro lei lavora per la casa di giochi teramana Headu. Legge le mie pagine, corregge, dubita, appunta, io segno quello che dice perché di solito ha ragione. Ma non ama comparire, dice che il brand sono io. Però i proventi li dividiamo.
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