Le tele rarefatte e impercettibili di Antonio Gualtieri Paternò

10 Maggio 2022

TERAMO. Citazione dantesca per Io vidi cose, il titolo della mostra del giovane e interessante artista teramano Antonio Gualtieri Paternò, in corso negli spazi espositivi de L’Arca – Laboratorio per...

TERAMO. Citazione dantesca per Io vidi cose, il titolo della mostra del giovane e interessante artista teramano Antonio Gualtieri Paternò, in corso negli spazi espositivi de L’Arca – Laboratorio per le Arti Conteporanee.
La personale, promossa dall’associazione culturale Art & e dal Comune, è stata inaugurata domenica con un affollato vernissage dall’artista in compagnia della curatrice Martina Lolli e dell’assessore alla cultura Andrea Core. Io vidi cose resterà allestita fino a domenica 22 maggio, da martedì a domenica, ore 10-13 e 16-19. Ingresso gratuito.
Il 26enne Paternò, diploma nel liceo artistico “Montauti”, laurea al Dams, frequenta, sempre nell’ateneo teramano, il Mac, corso di laurea magistrale in Media Arti Culture. Il pubblico ha già avuto modo di apprezzarne l’arte pittorica in precedenti mostre, collettive e personali, tra le quali due anni fa la collettiva Ànemos.
Col suo minimalismo Io vidi cose, una ventina di opere realizzate tra il 2019 e gli ultimi mesi, sembra una tappa di svolta nel percorso di ricerca e di crescita del giovane autore, quasi un voler azzerare, con le tele bianche o coperte o con lievi tracce affioranti, quanto fatto finora per ripartire da una tabula rasa, da una pittura rinnovata e purificata. Una pittura che, inoltre, lascia il pensiero del visitatore libero di vagare e immaginare. La mostra è articolata in tre momenti e altrettante stanze, affidate dalla curatrice a spunti dai manifesti estetici di alcuni “mèntori” (riportati in catalogo), gli artisti Emilio Fantin e Robert Rauschenberg, il poeta Thomas Eliot, il musicista Emidio Clementi. Intro, la prima stanza, propone una pittura rarefatta nelle tele in cui emergono lacerti di segni e di colore, appena leggibili come antichi cartigli o mappe; la seconda, Chorus, è un coro di tele nude e immacolate, che possono assumere infinite sfumature semantiche, se è vero che il bianco è assenza del colore ma pure fusione di tutti colori, simbolo di purezza ma in alcune culture orientali colore del lutto, nonché un linguaggio quasi mistico di silenzio e astrazione espresso in passato da maestri come Rauschenberg, Cy Twombly, Malevic. La sala III Outro presenta l’installazione … che mi fecero proporre di non dire, una grande tela con una piega e coperta quasi totalmente da un panno nero, un’immagine celata dietro un velo, accompagnata dal viatico di un frammento dalla Vita Nova di Dante (“Appresso questo sonetto apparve a me una mirabile visione, ne la quale io vidi cose che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta infino a tanto che io potesse più degnamente trattare di lei”). Scrive Lolli: «Le pietre miliari del percorso espositivo saranno le tele su cui la pittura decide di manifestarsi o meno: sta a noi percepire l’impercepibile o “pensare al non vedere”, come ha affermato il filosofo francese Jacques Derrida».