Le vite spezzate di Bruno Nacci a Pescara

La raccolta di racconti dello scrittore sarà presentata oggi nella Sala Figlia di Iorio della Provincia
L’ultimo libro di Bruno Nacci, “La vita a pezzi”, è una raccolta di sette racconti con personaggi comuni, non eccezionali, sorpresi all’interno di contesti esistenziali ordinari: un prete che ospita due profughe, madre e figlia; una coppia attempata che ha perduto la passione, e che sopravvive tra cauti egoismi e ricordi, e così via (Bruno Nacci, “La vita a pezzi”, Solfanelli, pagg. 160, 13 euro). La presentazione dei racconti della “Vita a pezzi” di Bruno Nacci è in programma per domani, alle ore 17,30, nella sala Figlia di Iorio della Provincia di Pescara. Interventi di Giovanni D’Alessandro, Simone Gambacorta, Marco Presutti. Sarà presente l’autore. Nacci è un traduttore e uno studioso della narrativa francese dell’Ottocento, ha curato edizioni di Balzac, Hugo, Chateaubriand, e si è occupato in particolare di Pascal, di cui ha scritto una biografia: “La quarta vigilia. Gli ultimi anni di Blaise Pascal” (2014). Da questo spesso sostrato di attività letteraria gli deriva forse una delle caratteristiche più vistose e interessanti di questi racconti: la tensione morale assoluta, verticale, ma aliena da ogni psicologismo. I suoi personaggi percorrono il terreno di una moralità classica, tessere del mosaico interiore sono le parole, non i simboli della psicoanalisi. Il prete che è il protagonista del primo racconto, contestato dai suoi parrocchiani perché ha ospitato due immigrate clandestine, madre e figlia, nei locali della parrocchia, a un certo punto, mentre la metropolitana inizia la sua corsa, coglie come un riflesso accennato nel vetro del finestrino, “un fotogramma veloce”. Lo invade allora un sentimento di perdita, assorbente, senza un oggetto definito: “E sentì un rammarico straziante per quello che aveva perso per sempre. Non era solo l’immagine delle zingarelle, o quella della sorella che giocava nell’aia della cascina muovendo la corda come un serpente per farlo saltare. E se esisteva un dio quale poteva essere il dolore con cui vedeva scomparire a ogni istante milioni di cose? E quale dio poteva sopportare quel dolore?”. Possiamo assumere queste domande, e la situazione che le genera (il “fotogramma veloce” riflesso nel vetro), come una dichiarazione di poetica. Il racconto si muove esattamente su questo terreno di analisi, alla ricerca del punto in cui le cose hanno iniziato a perdersi per sempre.
Ugo Perolino
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