Lenticchie, fuochi e botti riti di capodanno in Abruzzo

L’antropologo Ernesto Di Renzo spiega origini e significato delle tradizioni «Gesti per far sì che il futuro ci riservi cose nuove capaci di migliorare la vita»
Un anno che va, un anno che viene. Il passaggio della notte di San Silvestro è accompagnato da una lunga serie di tradizioni, consuetudini, leggende, rituali. Abbiamo pensato di approfondire alcuni temi con il professor Ernesto Di Renzo, 53 anni, avezzanese, antropologo e docente dell’Università di Tor Vergata.
La nostra tradizione di far coincidere la fine del vecchio anno con la data del 31 dicembre ha origini assai antiche?
«Sì. Innanzitutto c’è da osservare che tutte le differenti tradizioni culturali del nostro pianeta celebrano un proprio rituale di capodanno, anche se le date quasi mai coincidono tra loro. La nostra tradizione di far terminare l’anno il 31 dicembre e iniziare quello nuovo il 1° gennaio risale alla riforma del calendario voluta da Giulio Cesare nel 46 a.C. che volle far iniziare l’anno il primo giorno del mese ianuarius, così detto perché consacrato al dio Giano, il dio degli inizi E così è sempre rimasto fin da allora».
Perché a capodanno è tradizione che si mangino lenticchie?
«Direi certamente per via del loro particolare aspetto che richiama alla mente l’idea del denaro, del denaro sonante. La lenticchia è un legume dal seme piccolo, di forma circolare e schiacciata che ci ricorda delle monete in miniatura. Mangiare le lenticchie a capodanno, così come uva passita, melograno, noci e tutti quei generi di alimenti dalle forme minute e sferiche rappresenta dunque un atto propiziatorio volto a garantirsi disponibilità di denaro e più in generale benessere. Ovviamente non esiste alcune garanzia che ciò avvenga, tuttavia può essere importante che all’inizio di un nuovo ciclo si creda in ciò in quanto a livello psicologico aiuta ad affrontare la vita in maniera positiva».
E perché si accendono fiaccole o si fanno fuochi?
«Si tratta di un’usanza assai antica che rinvia al momento calendariale in cui ci troviamo. Non dimentichiamo infatti che la fine dell’anno cade a ridosso del solstizio invernale, quando il sole si presenta assai indebolito e patisce il suo minimo potere di luminosità e di riscaldamento. Accendere fuochi diviene così una sorta di atto magico attraverso il quale gli uomini aiutano “omeopaticamente” l’astro a recuperare le sue energie affinché torni di nuovo a brillare alto nel cielo. Ma il fuoco esprime anche un valore purificatore che simbolicamente brucia le disgrazie e i mali dell’anno trascorso. Questa usanza di accendere fuochi e fiaccole volti ad illuminare le tenebre della notte la si può osservare in Abruzzo a Civitella Alfedena dove funge da potente richiamo per i molti turisti invernali alla ricerca della spettacolarità folkloriche. Sebbene in passato l’uso di accendere falò a capodanno fosse più diffuso nell’intera regione oggi potremmo dire che questa funzione è stata sostituita dai fuochi d’artificio».
Perché a capodanno si fanno esplodere botti e petardi?
«Anche in questo caso ci troviamo dinanzi ad un comportamento rituale dai caratteri molto arcaici. In particolar modo si ritiene che il rumore, in qualsiasi modo possa essere prodotto, sia un atto che debba accompagnare i momenti di passaggio più cruciali della vita del collettiva. Il rumore, lo scoppio, il suono di una campanella, la percussione di un oggetto sono considerati atti magico-rituali importanti che segnalano il verificarsi di una transizione, di un cambiamento di status e di esperienza».
Esistono riti popolari del tutto particolari che vengono svolti in occasione del capodanno ed esclusivamente in quella occasione?
«In certe aree del meridione italiano nella notte tra il 31 e il 1° ancora oggi si svolgono delle antiche pratiche popolari che vedono coinvolte comitive di giovani che vanno questuando cibo e bevande per le case in cambio dell’esecuzione di stornellature musicali. Tra questi riti si possono ricordare come esempio le maitinate molisane o del basso Chietino e lo sciuscio napoletano. Le maitinate, oggi scomparse in Abruzzo sebbene qualcuno tenti di rivificarne l’uso, vengono ancora eseguite in molti paesi del Molise e sono delle serenate notturne che vengono messe in atto da bande di giovani goliardi nella notte del 31 fino alla mattina del 1. Ci si reca casa per casa in cerca di ricevere cibo e soprattutto bevande. L’aspetto caratteristico è che i canti che vengono eseguiti consistono in rime dissacratorie con le quali vengono pubblicamente svelati gli altarini del padrone di casa fino a che questi non si decide ad assecondare le richieste dell’allegra comitiva. E così vengono messi in mostra i suoi possibili difetti caratteriali, le vicende più intime della vita affettiva o gli insuccessi nella vita pubblica occorsi nel corso dell’anno uscente».
Perché a capodanno è tradizione che si indossi un qualcosa di nuovo?
«È evidente che si tratta di gesto di natura propiziatoria che va letto in stretta correlazione con quello altrettanto allusivo di gettare fuori di casa gli oggetti vecchi o di spazzare tutta la sporcizia accumulata. È come se ci si augurasse, ad imitazione dei nostri gesti, che la sorte ci riservi per il futuro cose nuove in grado di migliorare il tenore della nostra esistenza, allontanando nello stesso tempo tutto il negativo che invece appartiene al passato. Siamo dunque in piena dimensione magica dei comportamenti: faccio questo affinché si produca qualcosa di simile».
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