«Leone è un libro sulla purezza dell’infanzia»

La scrittrice di origini abruzzesi a Sambuceto presenta il suo romanzo «dedicato ai nonni»
PESCARA. Poteva fare i capricci quel giorno, come ogni altro bambino della sua età, sei anni, rotolarsi e battere i pugni e piangere disperato per quel desiderio non esaudito. Invece Leone no, Leone si piega su se stesso fino a terra di fronte al suo bisogno segreto, e... prega. Prega davanti ai passanti stupefatti, davanti a sua madre incredula. Da quel giorno lo farà ancora e ancora. Lo fa perché ha paura, perché desidera, perché si sente solo? E le cose che chiede un po’ si avverano. Si sarebbero avverate comunque?
È un affabulante viaggio nell’infanzia di ognuno, denso di scoperte che riemergono dalla memoria adulta tra lucidità e sogno, il romanzo “Leone” (Einaudi), di Paola Mastrocola, autrice pluripremiata dal 2000 – anno in cui, dirà lei stessa, da insegnante diventa scrittrice, pubblicando per Guanda per 12 anni, quindi per Einaudi – 63 anni, torinese con papà di Guardiagrele. Mastrocola presenterà il suo libro nel ciclo “A tu per tu con l'autore” della Libreria Coop al Centro d'Abruzzo di San Giovanni Teatino, domenica alle ore 18, parlandone con lo scrittore Alessio Romano, leggendone essa stessa pagine accompagnate dalle musiche di Christian Carano.
Leone è un bambino come tanti dunque, vive in una periferia come tante, tra città e campagna, come tanti è figlio di genitori separati e come tanti tiene serrate in sé le sue inquietudini ed emozioni. Vive senza che nessuno intuisca le sue prime domande sulla vita, sulla morte e sulla perdita. La madre, Katia, lavora in un supermercato, è amorevole e assediata dalla fretta, il padre Oscar fa il camionista e lo va a trovare due volte al mese. In questa condizione come tante dunque, il piccolo d’improvviso si fa il segno della Croce. Dove ha imparato quel gesto? Non dai genitori, sposati in chiesa sì ma senza fede. Forse dalla nonna materna che lo aveva introdotto al mondo misterioso della fede. E allo sperdimento che dà la perdita, morendo.
Paola Mastrocola come nasce questo romanzo?
È un libro che è un po’ un mistero. Non lo avevo programmato, non pensavo di trattare un tema come la preghiera, è nato per caso: un anno prima una mia amica libraia mi raccontò che lei da bambina pregava, si buttava per terra e recitava preghiere. La gente si stupiva, la mamma si vergognava. Questo suo ricordo ha lavorato in me e ho cominciato a pensare a un bimbo dei nostri tempi che pur in una famiglia non praticante e religiosa volesse pregare. Questo bambino appena può si fa il segno di Croce e parla con Gesù, la mamma è sconcertata, lei non glielo ha insegnato. E qui si apre la storia. Con un personaggio importante: la nonna. Direi che “Leone” è la storia di un amore tra nonna e nipote. E dei loro segreti. Tutti abbiamo da fare e spesso lasciamo i figli dai nonni al mattino per riprenderli la sera. E non sappiamo cosa fanno in tutte quelle ore, a cosa hanno giocato, cosa si sono raccontati... La mamma del romanzo, Katia, non ha tempo, fa fatica ad arrivare fine mese e non sa e non capisce quel suo figlio. Il libro racconta la storia segreta del piccolo. La nonna, che morirà quando Leone ha 5 anni, insegna al nipotino le preghiere non come forma religiosa, ma di “aiuto”. Tutti noi preghiamo, anche chi non crede: quando abbiamo paura o una speranza, ci viene di parlare con qualcuno che non c’è e che ci deve aiutare. Sia che crediamo che no, ci rivolgiamo a questo qualcuno per chiedere aiuto e forse è l’idea originaria di Dio, quella dell’uomo primitivo che per primo ha creduto.
Un libro sul mistero della vita?
Sì, perché ci sono cose che non puoi spiegare. Leone ha 6 anni, non ha fatto catechismo, è puro, libero, spontaneo. Viene preso in giro per quel pregare, forse un po’ di bullismo, ma lui non è un bambino anomalo, è carino, normale, non difforme.
Con la sua scrittura lei riesce a infilarsi nella mente e nel cuore di un bambino e a renderlo con la levità dell’infanzia. Questo le viene da letture, esperienza, una memoria netta della sua di infanzia?
Viene dal fatto che non sono mai cresciuta, ho questo guaio (ride) . No in realtà abbiamo tutti dentro il bambino che siamo stati, non lo facciamo parlare perché siamo adulti, magari di prestigio e vogliamo mica fare i bambini? Ma restare attaccati alla parte ingenua e libera è un privilegio. Lo stupore dei bambini è meraviglioso. Si stupiscono tanto. Se recuperassimo lo stupore anche a una certa età sarebbe bello. Un miracolo.
Sente molto il valore del ricordo.
Sì. Fa parte di questa fase della vita. C’è un punto, lungo, in cui viviamo troppo e ricordiamo poco, poi si arriva a un punto in cui non si deve dimostrare più nulla e ci fermiamo a ricordare, ci voltiamo ed è bellissimo, riprendiamo a poco a poco tutto quello che abbiamo vissuto e lo capiamo.
Nel romanzo ci sono i suoi ricordi?
Direi che per me è stato anche ricordare la mia mamma, l’ho persa presto, avevo 35 anni, mio figlio 3 anni. Volevo anche parlare del dolore di un figlio che non ha la nonna. “Leone” è dedicato alle nonne. Nonna Lena me la sono inventata come sarebbe stata la mia mamma da nonna che non ha avuto il tempo di essere.
Lei è di origini abruzzesi, nello scrivere pesca anche in questa terra volti, caratteri, immagini dell’infanzia?
Ho preso nel tempo distanza da questo luogo e la voglio recuperare, papà era di un paesino vicino a Guardiagrele, figlio di contadini, si faceva 9 chilometri al giorno a piedi per andare a scuola. Io ci venivo tutte le estate, andavamo dagli zii, ho una cugina carissima che insegna anche lei e siamo amiche. E c’era la nonna: una donna allegra, sento il sapore dei suoi dolci, del formaggio appena fatto, del coniglio col sugo, delle pizzelle di mia zia...
Quali sono i suoi autori di riferimento, il suo tesoro letterario?
I miei amori nel ’900... La prima Natalia Ginzburg, Calvino, Pavese mi piaceva da pazzi: i tre italiani preferiti. Poi molto i francesi: Sartre, Camus, Flaubert tanto tanto, i grandi russi con Tolstoj in cima.
Che libro sta leggendo?
Sto rileggendo “Le braci” di Sándor Márai, e mi sorprende ancora, un grande. E Nicola Ravera Rafele, giovane e bravo.
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