Ligabue torna a girare con Accorsi ed è Made in Italy

25 Gennaio 2018

Terza regia per il rocker, mentre arriva in sala il film di Guadagnino che punta all’Oscar

Arriva finalmente nelle sale italiane, un anno dopo il passaggio al Sundance Festival e due mesi dopo l’uscita americana, Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino. Arriva carico di premi e candidature ottenuti in tutto il mondo. Come le 4 nomination all’Oscar avute due giorni fa: miglior film, miglior sceneggiatura non originale, scritta dal maestro James Ivory partendo dal romanzo di André Aciman, miglior attore protagonista, il 22enne Thimothée Chalamet, miglior canzone, “The Mistery of Love” di Sufjan Stevens.
Film internazionale, “Chiamami col tuo nome” grazie alle scelte dell’Academy segna un meritato riscatto in patria per il 46enne palermitano Guadagnino, regista toccato dalla grazia ma ingiustamente trascurato, scontando forse il peccato originale di quel “Melissa P.” del 2007. Eppure la sua sensibilità rara e il suo sguardo autoriale sono chiaramente affiorati nei successivi “Io sono l’amore” e “A Bigger Splash”, primi due capitoli di una trilogia del desiderio che ora si completa con “Call me by your name” (già finito di girare intanto negli Usa, e siamo su tutt’altro registro, il remake di “Suspiria” di Dario Argento). “Chiamami col tuo nome” è uno struggente e colto romanzo di formazione (che omaggia Rivette e Rohmer, amati dal cinefilo Guadagnino) ambientato in un’assolata e pànica estate del 1983.
In una seicentesca villa nei dintorni di Crema il sensibile e ben istruito Elio Perlman (Chalamet), italoamericano di origine ebraica, vive con i genitori (Michael Stuhlbarg e Amira Casar). Il padre, docente universitario di cultura greca, ospita ogni estate uno studente. Così li raggiunge l’affascinante e spontaneo 24enne americano Oliver (Armie Hammer). Elio ne è immediatamente turbato. L’attrazione tra i due, la presa di coscienza nel più giovane della propria identità e infine l'amore si faranno lentamente ma invincibilmente strada.
In sala anche “Made in Italy”, terza regia di Luciano Ligabue, di nuovo in coppia, vent’anni dopo “Radiofreccia”, con Stefano Accorsi. Il protagonista di questa «dichiarazione d’amore frustrato verso l’Italia» è l’onesto Riko (Accorsi), che a malapena riesce a mandare avanti la famiglia col suo lavoro. Al suo fianco l’amata moglie (Kasia Smutniak), un figlio studente universitario e il fedele gruppo di amici. Quando tutto diventa improvvisamente precario, Riko dovrà trovare la forza di rialzarsi.
Alexander Payne dirige la curiosa farsa ambientalista “Downsizing - Vivere alla grande”, in cui si immagina un futuro prossimo in cui per rimediare al sovraffollamento del pianeta e risparmiare risorse si rimpiccioliscono gli umani a esserini alti 12 centimetri. L’invenzione del procedimento di miniaturizzazione viene dall’ecosostenibile Norvegia. Paul Safranek (Matt Damon), ordinario uomo medio, sogna una vita più agiata con la moglie Audrey (Kristen Wiig) in una delle ricche small town che sorgono rapidamente negli States. Convertiti i debiti in ricchezza e il suo 1.80 in 12 cm, Paul è pronto per il suo piccolo grande destino. Nel cast Christoph Waltz, Alec Baldwin, Laura Dern.
Si avvicina il Giorno della memoria e, oltre a “Gli invisibili” (nelle schede sotto), escono anche “Paradise” del russo Andrey Konchalovski e “La testimonianza” dell’israeliano Amichai Greenberg. In bianco e nero e col formato 4:3, “Paradise” ripercorre attraverso il racconto dei tre protagonisti le loro vicende incrociate durante l’occupazione nazista della Francia: l’aristocratica russa Olga, membro della Resistenza, il collaborazionista francese Jules, l’ufficiale delle SS Helmut. Ne “La testimonianza” Yoel, ricercatore che studia la Shoah, cerca le prove che nel villaggio austriaco di Lendsdorf, sul finire della Seconda Guerra mondiale, furono massacrati 200 ebrei. Quel luogo, però, sta per essere stravolto da una speculazione immobiliare.